sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Luigi Condorelli* e Nicoletta Maraschio**


La Stampa, 5 dicembre 2020

 

Molto si riflette e si discute sulle persone e sulle categorie più direttamente colpite dalla crisi economica e sociale generata dalla pandemia del coronavirus e sulle misure adottate per combatterla, arginarla, circoscriverla, bloccarla. Ne ha scritto l'altro ieri su questo giornale Massimo Cacciari. Certo, è l'intero Paese a soffrire dei sacrifici imposti, delle difficoltà quotidiane anche psicologiche (che riguardano soprattutto i più giovani e i più vecchi), dell'incertezza sui tempi che, tra un'ondata e l'altra della pandemia, si allungano sempre di più. Ma è innegabile che il prezzo, in termini strettamente economici, sta attualmente gravando soprattutto, e in modo crescente, sul mondo del lavoro non dipendente, specie quello che opera nei settori maggiormente colpiti, come la ristorazione e il piccolo commercio (tanto ambulante che stanziale), lo spettacolo e la cultura, il turismo e lo sport (e le mille attività connesse).

E come non pensare, più in particolare, a tutto l'universo del lavoro "fragile", composto di lavoratrici e lavoratori precari, occasionali, stagionali, temporanei, autonomi, il cui "posto" di lavoro è travolto dalla crisi? Senza dimenticare, tra i tantissimi "invisibili", quelli e quelle "in nero", che circolano nelle nostre città e campagne e non vengono più chiamati a svolgere questo o quel "lavoretto". Le misure di sostegno, che con lodevole sforzo si sono adottate o si stanno adottando a livello statale, regionale o comunale, appaiono in molti casi tardive e comunque insufficienti, perché incapaci di raggiungere davvero, capillarmente, l'intero mondo dei "nuovi poveri" da Covid-19.

Se tanto si parla attualmente delle "categorie" (ma sarebbe meglio dire delle "persone") direttamente colpite dalla crisi, l'attenzione viene meno centrata sulle "categorie non colpite". Nessuno, per quanto se ne sa, si è preoccupato fin qui di censire con precisione le persone - o se si preferisce le categorie di persone - "privilegiate", i cui redditi non sono in nessun modo toccati dalla crisi in corso: in altre parole, quelle i cui redditi sono costanti e per lo più garantiti, per così dire, vita natural durante. E viene fatto di pensare non solo all'impiego fisso, cioè ai lavoratori dipendenti e ai pensionati, quelli dell'impiego pubblico e privato (dirigenti, funzionari, impiegati, professori, ingegneri, architetti, magistrati), ma anche a chi gode ad altro titolo di entrate consistenti e regolari.

Le diseguaglianze, che purtroppo caratterizzano da sempre il tessuto sociale del nostro Paese e alle quali i diversi governi che si sono succeduti dal dopoguerra in poi non sono riusciti finora a porre rimedi strutturali (ad esempio intervenendo in modo drastico sulla piaga dell'evasione fiscale), oggi appaiono drammaticamente in crescita. D'altro canto si sa che gli italiani sono grandi risparmiatori, e con la pandemia il risparmio di non pochi è addirittura aumentato proprio a causa del confinamento e quindi della drastica riduzione di ogni spesa per mobilità e attività sociali e culturali. Il tema di "garantiti e non garantiti" è ricorrente sui mezzi di comunicazione di massa e rischia di alimentare ulteriormente quella conflittualità sociale che riempie le strade e le piazze delle nostre città. Alcuni auspicano un intervento dall'alto. Noi ne proponiamo uno dal basso, volontario, individuale, come testimonianza di quella responsabilità civile diffusa e di quel sentimento di unità che il presidente Mattarella ancora di recente ha invocato.

Non sentono i più fortunati l'imperativo morale di reagire subito in chiave solidaristica a questa situazione di straordinaria gravità? Senza attendere che la politica rifletta e discuta e che il legislatore eventualmente imponga appositi ed eccezionali prelievi patrimoniali? Chi è convinto che la risposta a questa domanda debba essere positiva, chi pensa che occorra entrare al più presto in azione, chi (tra i più anziani) è intenzionato a estendere ad altri la consueta e diffusa solidarietà familiare (soprattutto verso figli e nipoti) potrebbe compiere un preciso gesto di solidarietà, particolarmente appropriato in questa fine d'anno. Tutti coloro che questo imperativo condividono potrebbero associarsi in un'iniziativa comune, politicamente significativa, devolvendo a favore dei "nuovi poveri" una parte delle proprie entrate annuali (la "tredicesima", o almeno una sua parte). Non è difficile compiere un gesto veloce, diretto e concreto: basta un bonifico destinato a una delle tante organizzazioni diffuse a livello nazionale o locale (oppure ai servizi sociali del proprio Comune di residenza) che garantiscono da sempre ascolto, vicinanza e assistenza quotidiana (cibo, casa, vestiti) agli emarginati e alle persone in difficoltà. Ciascuno potrà scegliere liberamente e indirizzare il proprio contributo all'ente che conosce meglio e del quale ha piena fiducia.

 

*Professore di Diritto Internazionale

**Professoressa di Storia della Lingua Italiana