di Margherita Sermonti
treccani.it, 30 marzo 2026
“Un giorno, tre autunni. Il tempo dentro il carcere”, a cura di Brunella Lottero e Cinzia Morone. Prefazione di Claudio Sarzotti. La Maddalena, Paolo Sorba Editore, 2025. L’esperienza del carcere è, prima di tutto, un’esperienza di separazione: dai luoghi, dagli affetti, dal tempo, dalla vita ordinaria. È un isolamento fisico, evidente, che si traduce in spazi chiusi, corpi contenuti, movimenti limitati. A questo isolamento se ne affianca un altro, meno visibile e forse ancora più profondo: l’isolamento della parola. Chi è recluso non è soltanto separato dal mondo, ma spesso è anche escluso dalla possibilità di raccontarlo e di raccontarsi.
La parola, che costruisce identità e relazione, nel carcere si restringe, si indebolisce, talvolta si perde. Non si tratta solo di una riduzione delle occasioni di comunicazione, ma di un vero e proprio allontanamento dal discorso collettivo: chi è dentro difficilmente partecipa alla narrazione di sé e del proprio vissuto.
In questo senso, l’isolamento fisico e quello verbale si intrecciano e si rafforzano reciprocamente. Se il primo limita il corpo, il secondo limita la voce. Ed è proprio in questo spazio che la scrittura assume un valore decisivo: restituire parola significa restituire presenza, identità, possibilità di esistere anche oltre le mura.
Il carcere è [u]n luogo atipico per quanto riguarda la creazione poetica, ma solo in apparenza, vista la grande diffusione della poesia fra i detenuti. Una particolarità dell’espressione artistica evidentemente liberatoria e libertaria ed espressione di quella resilienza fondamentale per chi è recluso e vive una condizione di disagio fisico e morale. L’attività del laboratorio […] oltre a prevedere dei reading di poesia proposti in diversi luoghi della Capitale al fine di coinvolgere e avvicinare le persone comuni alla ricerca e ricezione poetica, era affiancato dal […] laboratorio di poesia, realizzato in carcere, attraverso il quale i detenuti di Regina Coeli partecipavano all’attività poetica, in modo attivo e coinvolgente, scrivendo poesie sulla base di argomentazioni proposte e con la realizzazione finale di un reading annuale in cui venivano lette le loro creazioni poetiche.
Il volume “Un giorno, tre autunni. Il tempo dentro il carcere” a cura di Brunella Lottero e Cinzia Morone, prefazione di Claudio Sarzotti, raccoglie l’esperienza del laboratorio di lettura e scrittura “Armatevi e scrivete!”, condotto dalle curatrici, che si è svolto nella biblioteca della Casa circondariale Lorusso e Cutugno di Torino, tra il 2022 e il 2023. Il percorso ha coinvolto inizialmente circa venti detenute, con una partecipazione variabile legata alle condizioni della vita carceraria, e si è sviluppato attorno a due obiettivi principali: favorire l’espressione del vissuto personale attraverso la scrittura, anche a partire dalla lettura di La storia di Elsa Morante, e promuovere la lettura e la scrittura come strumenti di crescita e consapevolezza.
La scrittura, intesa come strumento di elaborazione interiore, libertà e sopravvivenza, ha offerto alle partecipanti la possibilità di comprendere meglio sé stesse, rafforzare le relazioni e confrontarsi con le proprie fragilità. Proprio attraverso il confronto e la condivisione, il laboratorio ha creato uno spazio sicuro, privo di giudizio, in cui le detenute hanno potuto raccontare emozioni ed esperienze.
I temi emersi - famiglia, affetti, dolore, rabbia, memoria e speranza - hanno contribuito a un percorso di maggiore consapevolezza di sé e del proprio futuro. Un giorno, tre autunni vuole anche essere un ponte tra il dentro e il fuori, offrendo uno sguardo diretto sulla realtà carceraria. In questo niente, “parlare con qualcuno”, comunicare diventa un’esigenza irrinunciabile anche per la mera sopravvivenza, per mantenere quel minimo di serenità necessaria per la conservazione del Sé. “Mi manca la spensieratezza e la possibilità di comunicare quando ne ho bisogno, e questo mi distrugge” (n. 6)” (Prefazione, p. 16).
Oggi la regola del silenzio non è più un obbligo sanzionato, ma una triste conseguenza di una situazione di incomunicabilità prodotta dalle dinamiche dell’istituzione totale. E quando l’interlocuzione è assente non resta che il rinchiudersi in se stesse ed impiegare il tempo “parlandosi addosso”, un po’ come i carcerati della Ronda dei prigionieri di Van Gogh che passeggiano in tondo nel cortile della prigione senza andare da nessuna parte. “Cerco di occupare il tempo parlando con me stessa. (…) Dentro il carcere non siamo libere, parli con te stessa e ti rimane solo quello” (n. 66). Ma talvolta l’assenza di comunicazione può assumere aspetti più violenti: comunicare attraverso la violenza sul proprio corpo. “Siccome con le parole non riesco a dire ai miei che a Milano non voglio rimanere, allora uso i gesti, i gesti contro e comincio con l’autolesionismo” (n. 91), (Prefazione, p. 17).
È soprattutto nella scrittura che si affaccia una possibilità di salvezza, come sottolineano le autrici: Lasciamo che scrivano una scrittura aspettata che faccia cantare i fiori con la grazia intenta ai loro piccoli e rituali segreti. Qualunque sia la loro colpa di non essere meravigliose, dedichiamola a loro e a noi ché il mondo di Dio o di chi per lui, è il mondo di tutti (p. 133).
Noi qui abbiamo cercato di raccogliere le paure e la rabbia e i sogni delle ragazze dentro, il loro coraggio, la loro resistenza al quotidiano grigiore. E, citando Brecht: “tutti a dire della rabbia del fiume in piena e nessuno della violenza degli argini che lo costringono”. Impariamo a guardare il fiume, il suo navigare, la sua paura di diventare oceano (p. 134).
Il volume invita così a spostare lo sguardo: non sulla colpa, ma sulle possibilità di trasformazione. Le parole delle detenute restituiscono una realtà complessa, che chiede ascolto, non giudizio. In questa prospettiva, la scrittura non è solo espressione, ma apertura, attraversamento, relazione. Resta allora la necessità di continuare a costruire quel ponte tra dentro e fuori, perché nessuna storia resti senza voce e nessuna voce resti inascoltata.










