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di Mario Di Vito

Il Manifesto, 15 marzo 2025

Più dello sciopero dei giudici, più dei convegni, delle assemblee, degli editoriali, delle interviste televisive. La critica di maggior peso alla riforma della giustizia del governo Meloni - quella che vuole separare una volta per tutte le carriere dei magistrati, sdoppiare il Csm e sorteggiarne i togati - è arrivata da parte del sottosegretario Andrea Delmastro in un esplosivo “colloquio informale” uscito ieri sul Foglio. “C’è un rischio nel doppio Csm - dice il colonnello meloniano -. O si va fino in fondo e si porta il pm sotto l’esecutivo, come avviene in tanti paesi, oppure gli si toglie il potere di impulso sulle indagini. Ma dare un Csm al pm è un errore strategico che, per eterogenesi dei fini, si rivolterà contro. Quando un pm non dovrà neanche più contrattare il suo potere con i giudici in un solo Csm e avrà un suo Csm che gli garantirà sostanzialmente tutti i privilegi, quel pm prima ancora di divorare i politici andrà a divorare i giudici, che hanno il terrore di questa roba”.

È la conferma, peraltro molto ben argomentata, di un sospetto che aleggia da tempo tra i detrattori della riforma: separare una volta per tutte giudicanti e requirenti vuol dire assegnare a questi ultimi un potere immenso. Di fatto sarebbe un via libera alla “repubblica dei pm”. Non per caso piace molto ai più grandi inquisitori della storia patria, primo tra tutti Antonio Di Pietro, che la settimana scorsa in Senato si è detto entusiasta dei piani governativi. Delmastro sembra consapevole dell’evidenza, e infatti in quella che a un certo punto è diventata una stralunata confessione intima arriva a dire che “nella mia persona convivono entrambe le pulsioni, sia quella garantista che quella giustizialista, a corrente alternata secondo le necessità”. L’ultimo atto dello scoop del Foglio consiste nell’ammissione del carattere punitivo della riforma: “L’unica cosa figa è il sorteggio”, confida il sottosegretario. Se l’intenzione è di dare un colpo alle vituperate correnti, creare un Csm i cui membri non vengono più scelti tramite un voto ma con il pallottoliere è la mossa giusta, perché significa togliere alle toghe organizzate ogni possibilità di intervento sull’organo di governo autonomo della magistratura.

Così mentre l’articolo si diffondeva, il panico ha cominciato a prendere corpo tra via Arenula e palazzo Chigi: del resto se le perplessità di Delmastro sull’operato del ministro Nordio erano note ma confinate nel recinto dei retroscena, da ieri hanno lo status di posizione ufficiale. Vano ogni tentativo di aggiustare il tiro. “Hanno esasperato il significato dei miei ragionamenti, ribadisco che l’impianto della riforma è ottimo”, ha dettato Delmastro alle agenzie all’ora di pranzo. E un’ora dopo il Foglio ha fatto uscire l’audio della conversazione con il suo cronista Ermes Antonucci: inequivocabile la bocciatura della riforma, nessuna esasperazione, tutto vero. Il commento pomeridiano di Nordio da Venezia, a margine di un incontro con i penalisti, è suonato addirittura surreale: “La nostra condivisione è totale e senza riserve”. In tutto questo va da sé che l’Anm ha gioco facile ad affondare il dito nella piaga. “Ora sarà più difficile per il governo continuare a sostenere che la riforma non avrà conseguenze - ha commentato il segretario Rocco Maruotti -, le parole del sottosegretario introducono un importante elemento di chiarezza”.

E se dalle opposizioni piovono richieste di dimissioni verso il sottosegretario, appare chiaro che anche dalle parti del governo in qualche modo bisognerà venire a capo della frattura che c’è dentro al ministero della Giustizia. Delmastro è uno degli esponenti di Fratelli d’Italia più vicini a Giorgia Meloni: colpire lui significa colpire molto vicino alla premier e questo è un elemento che non sfugge a nessuna analisi. Allo stesso tempo, però, quella della giustizia, ormai totalmente intestata a Nordio, è l’unica riforma di sistema sopravvissuta alla prima metà dell’esistenza di questo esecutivo: l’autonomia differenziata è stata affondata dalla Consulta, il premierato è scomparso dai radar, mentre la separazione delle carriere veleggia in parlamento senza che le opposizioni si siano mostrate in grado di fare granché per rallentarla. L’ultimo ostacolo, il referendum costituzionale che con ogni probabilità andrà in scena nella primavera del 2026, presenta un unico vero fattore di rischio, cioè che diventi un sondaggio sul governo, a prescindere dal merito della questione. Uno scenario non inedito nella storia recente (Matteo Renzi si eclissò così) e che a palazzo Chigi hanno ben presente.

In questo contesto l’uscita di Delmastro potrebbe prestarsi ad altre letture dietrologiche, che sia dalle parti delle opposizioni sia tra le toghe in effetti non mancano. Ma la verità è probabilmente più semplice: il governo con la maggioranza parlamentare più ampia da tanto tempo a questa parte scricchiola in modo pauroso. Nonostante le apparenze. O forse proprio come le apparenze.