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di Giacomo Papi

Il Foglio, 12 maggio 2022

Separazione e contrapposizione, come sempre. Ma una nuova lingua è possibile. Nell’ufficio del direttore del carcere di San Vittore è appeso un meraviglioso disegno a matita che occupa un’intera parete. È composto solo di fogli A4 incollati da cerotti di carta dell’infermeria.

Al centro c’è il carcere visto dall’alto, “a volo d’uccello”, sui lati gli ambienti, le celle, le docce, i raggi, la cappella e la camera mortuaria. Ogni dettaglio è disegnato con cura, precisione e sapienza, a matita e acquarello grigio e marrone. È l’opera di qualcuno che è rimasto molti anni in prigione.

Nella parte superiore del disegno - che per un attimo compare nel film “Il generale Della Rovere” di Vittorio De Sica” del 1959 - si legge: “Carcere giudiziario San Vittore. Prospetto planimetrico eseguito dal detenuto M.R. offerto al Direttore Superiore Comm. Dott. Gino Borgioli. Milano, Ferragosto 1950”. Oggi San Vittore è diventato una “Casa circondariale”, ospita cioè detenuti di passaggio o in attesa di giudizio, eppure appare identico ad allora, come nel dipinto del detenuto M.R.

Il carcere si fonda sull’immutabilità. Dice Cosima Buccoliero, ex direttrice del carcere di Opera a Milano, il più grande d’Italia, nel bel libro “Senza sbarre” scritto con Serena Uccello e appena pubblicato da Einaudi: “E invece oggi il carcere è un’istituzione che esiste e persiste sempre con le medesime caratteristiche: la separazione e la contrapposizione.

La contrapposizione tra custodi e custoditi, la contrapposizione anche tra gli stessi detenuti. L’emarginazione, la separazione e l’impermeabilità rispetto al mondo esterno”. Il carcere è uno spazio fuori dal tempo, che espelle la storia e perfino la cronaca, per illudersi di non poter più essere lambito dal mondo.

Negare il tempo, però, significa negare la possibilità del cambiamento, significa disinnescare l’articolo 27 della Costituzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Sono stato a San Vittore per un laboratorio intitolato “40 dì e 40 nott” organizzato per il centenario di Giorgio Strehler e tenuto da Davide Carnevali per il Piccolo Teatro, me per il Laboratorio Formentini della Fondazione Mondadori e Antonella Minetto ed Elvio Schiocchet per Biblioteche in Rete del Comune.

Per un mese abbiamo lavorato con Josephine, Rita, Sorayda, Barbara, Lucia, Giovanna, Patrizia, Maria, Carmen, Michele, Roy, Popa e Vincenzo, che il 29 aprile hanno letto al pubblico i loro testi nella Rotonda, dove confluiscono i raggi.

Ma nonostante gli sforzi del direttore Giacinto Siciliano e della vicedirettrice Elisabetta Palù, e dei precedenti Gloria Manzelli e Luigi Pagano, e il lavoro e la disponibilità degli agenti, per tutto il corso mi sono chiesto se il carcere abbia un senso e perché non sia stato abolito, come gli zoo.

Secondo Filippo Giordano, Carlo Salvato ed Edoardo Sangiovanni di Bocconi e Lumsa, autori di “Il carcere”, il 68 per cento di chi sconta la pena in prigione torna a commettere reati contro i119 per cento di chi ha accesso a misure alternative, e ogni detenuto costa 154 euro al giorno, di cui 6,37 per il mantenimento e appena 0,35 per la “rieducazione” (parola che sarebbe bello sostituire con “educazione”, “formazione” o “istruzione”).

Il carcere, cioè, è una gigantesca e costosissima macchina che funziona a uso quasi esclusivo dei più poveri, di chi non possiede nemmeno le parole per immaginare di uscire. Se non può essere abolito, forse bisognerebbe investire in lettura e scrittura, perché la violenza è una lingua che spesso sostituisce le parole.

È quello che hanno scritto le donne con cui abbiamo lavorato: “Raccontarsi è liberazione”, “fa sentire il calore dell’uguaglianza”, “estrania dal posto in cui ci si trova e fa sentire la storia del momento e non la tua”. È quello che ha scritto Michele a sé stesso da libero: “Ti ricordi le sbarre? Ti ricordi le brande? Ti ricordi il carrello, quando arrivava la spesa? Ti ricordi come ti mancava la vita? L’odore del lavasecco di tuo padre. L’odore dell’asse da stiro di tua madre. L’odore delle galline di tuo nonno. Ti ricordi l’odore dell’erba bagnata del parco dove andavi all’asilo? L’odore dell’aria quando sta per piovere? L’odore dell’asfalto dopo la pioggia? E quello dell’ospedale quando è nato tuo fratello. L’odore fastidioso della saliva di tuo padre sul fazzoletto con cui ti puliva la faccia.

Ma il profumo che ami di più, che amo di più, è quello che esce dalla borsa di mia mamma dove una volta si era rotta un’intera boccetta di profumo. Porto ancora in tasca il fazzoletto di stoffa che mi ha dato al primo colloquio”.

È quello che dice Cosima Buccoliero nel finale di “Senza sbarre”: “Chi entra in una struttura penitenziaria deve imparare a ridare un nome alle cose, deve impadronirsi di una nuova lingua”. Imparare a raccontare, in fondo, significa capire che ogni storia può essere cambiata, anche la propria.