di Francesco D'errico*
Il Dubbio, 13 ottobre 2020
"Vendetta pubblica. Il carcere in Italia", di Marcello Bortolato ed Edoardo Vigna, uscito di recente per Editori Laterza, rappresenta, innanzitutto, una riuscita operazione di debunking. In questo breve saggio, infatti, si smontano, pezzo per pezzo e dati alla mano, le infinite fake news sul carcere, si smentiscono i troppi falsi miti e le innumerevoli informazioni distorte che avvelenano quotidianamente il dibattito sulla giustizia.
Pagina dopo pagina, si misura la distanza siderale tra percezione dell'opinione pubblica e realtà dei fatti, dove le evidenze statistiche sconfessano la convinzione, apparentemente impossibile da sradicare, che l'unico metodo per produrre maggiore sicurezza sia quello di rinchiudere il maggior numero di persone con le pene più afflittive possibili.
La quotidianità del carcere, "luogo in sé violento", è profondamente diversa da chi la descrive come "vitto e alloggio gratis": è fatta di contagio criminale e di ozio forzato, di un "silenzio chiassoso" e alienante, di promiscuità e malattia, di un'omologazione che "distrugge l'individualità", di dipendenza da psicofarmaci e sovraffollamento. Altro che "in carcere non ci va nessuno", nel nostro paese i delitti sono in diminuzione, eppure gli istituti di pena continuano a riempirsi.
Qualcosa non funziona, e non sarà la costruzione di nuove strutture a risolvere il problema: "più grande è il secchio e più acqua ci metterai per soddisfare la sete punitiva di certa parte dell'opinione pubblica". Già, perché la famosa "certezza della pena" ha perso, nel suo uso comune, il significato originario di pena predeterminata, conoscibile e quindi prevedibile dai consociati, trasformandosi in "certezza della galera"; non si fonda più, dunque, sull'art. 25 della Costituzione, ma su "ciò che vuole la gente".
Oggi, tutto ciò che "non è galera è misura alternativa, dovrebbe essere il contrario": sarebbe necessario invertire il paradigma, applicando per davvero il principio dell'extrema ratio. Un cambiamento culturale, a partire da un concetto fondamentale ribadito più volte dagli autori: "lo Stato esercita il potere di privare un uomo della libertà: ogni altra imposizione è un'inaccettabile violazione dei suoi diritti". Lo ha ricordato di recente anche Mauro Palma: "si va in carcere perché si è puniti, non per essere puniti".
Ecco che, in un solo colpo, si sgombera il campo dalle anacronistiche invocazioni al lavoro forzato o, ancora peggio, al medievale ritorno a inflizioni corporali, come da qualsiasi pratica di tipo coercitivo che invada la sfera interna, intima del condannato.
In questa prospettiva, anche il diritto all'affettività acquisisce grande rilevanza, in quanto non si tratta di un lusso o di un privilegio ma di "una dimensione naturale dell'essere umano, di una parte essenziale del concetto stesso di dignità", fondamentale per alleviare il paradossale effetto desocializzante di un istituto nel quale si è rinchiusi per essere "risocializzati".
Oltre all'analisi e alla critica del fenomeno punitivista, c'è spazio anche per una proposta finale dedicata alla giustizia riparativa, "per favorire la responsabilizzazione del condannato" e il percorso di risocializzazione, a patto però che sia frutto di una scelta del detenuto e non di imposizioni più o meno velate.
"Vendetta pubblica", in conclusione, non è solo un utile kit di sopravvivenza per affrontare il populismo penale imperante e smascherarne le più ripetute bugie, ma è anche e soprattutto un saggio chiaro e dal registro divulgativo, accessibile ai più, utile per poter apprezzare il senso di un diritto penale e penitenziario costituzionalmente orientati, in grado di trovare il delicato equilibrio tra esigenze di sicurezza e inviolabilità delle garanzie individuali perché "tutelare i diritti non significa cedere alla criminalità ma è anzi il miglior antidoto con cui combatterla". Regalatelo al vostro amico la prossima volta che vi dirà "bisogna buttare via la chiave", forse cambierà idea.
*Presidente Extrema Ratio










