di Giulia Melani
Il Manifesto, 4 novembre 2026
Il contesto buio dei “tempi torbidi” che viviamo ci chiama ad un esercizio non solo di resistenza, ma anche di costruzione. L’esplosione di una presenza di giovani e giovanissimi nelle piazze obbliga a uno sforzo per capire il groviglio della società. Respingiamo la coazione a ripetere di decreti sicurezza che, avendo criminalizzato anche la nonviolenza, si mostrano inutili e un segno di una deriva di scontro militare. Dobbiamo preservare la capacità di opporci alle politiche autoritarie, con il bagaglio di strumenti che abbiamo ed immaginandone di nuovi, e dobbiamo essere capaci di scartare di lato e costruire strade altre. Ricostruire democrazia significa allora contrastare la deriva ormai avanzata verso la cosiddetta democratura, senza rinunciare a interrogare criticamente le democrazie che abbiamo conosciuto, le loro promesse emancipatrici rimaste incompiute e le contraddizioni che le attraversano, a partire dalla violenza delle istituzioni e dei confini.
La progressiva marginalizzazione del Parlamento, ridotto a organo di ratifica delle decisioni dell’esecutivo, ha conosciuto in questa legislatura un’accelerazione senza precedenti. È stata approvata una legge elettorale persino più grave della “legge truffa” del 1953 e che si avvicina alla legge Acerbo del 1923. Un golpe legale che altera la rappresentanza e consegna alla maggioranza di governo un potere sproporzionato, minacciando gli equilibri costituzionali.
Ma la deriva illiberale non si esaurisce qui. La democrazia populista sostituisce al conflitto sociale una frattura identitaria, costruendo continuamente un nemico da escludere: le persone migranti, chi dissente, chi vive ai margini. L’espansione del penale, la crescente insopportabilità del carcere, le politiche migratorie che impediscono le vie d’ingresso legale e, sempre di più, il ricorso a strumenti amministrativi di repressione sono parti dello stesso disegno. Quest’ultimo slittamento è particolarmente insidioso: sottrae le persone alle garanzie proprie del processo penale, amplia la discrezionalità delle autorità e trasforma il dissenso e le forme di vita non conformi in problemi di ordine pubblico. Una politica che pretende di cancellare il conflitto e finisce per esasperarlo.
A questa deriva dobbiamo opporci a ogni livello, a partire dalle città. Il DASPO urbano e gli altri dispositivi di esclusione dallo spazio pubblico non devono trovare applicazione né ulteriore estensione. Le politiche migratorie non devono più produrre illegalità, ma cittadinanza. Chiediamo alle forze che intendono costruire un’alternativa di assumere un impegno esplicito per la loro abrogazione, rompendo con una cultura securitaria che ha attraversato anche le precedenti stagioni di governo. Ma uscire dal gorgo securitario richiede anche un lavoro culturale. Decolonizzare il pensiero, mettere in discussione le gerarchie violente e le dicotomie escludenti. Restituire al diritto la sua capacità di riconoscere la complessità. Allo stesso tempo, non delegare ai poteri neutri la tenuta democratica e lavorare per la ripoliticizzazione delle istituzioni, per la presenza di rappresentanti con un bagaglio culturale solido e con capacità di ascolto, dialogo e intermediazione.
Ricostruire la democrazia significa, infine, dare contenuto materiale a una democrazia della cura: casa, lavoro, salute, servizi, regolazione sociale, riduzione del danno, istituzioni capaci di accogliere anziché respingere, di garantire diritti anziché di incasellare persone. Non un’utopia lontana, ma una possibilità da costruire nelle pratiche del presente, riaprendo gli spazi della partecipazione, del pluralismo e del conflitto democratico. La democrazia non si può ridurre soltanto al voto, spesso manipolato, ma deve radicarsi e prendere forma in comunità e in convivialità.









