di Paolo Aquilanti
L'Espresso, 11 luglio 2021
I fatti accaduti a Santa Maria Capua Vetere rivelano un mondo a parte, oggi visibile ai più ma noto da sempre a chi se ne occupa. Il carcere è l'istituzione più anacronistica, relitto di tempi che fuori di esso hanno lasciato il posto a una realtà diversa in ogni aspetto.
Lì dentro, invece, si perpetua la soluzione meno adeguata al suo stesso scopo, un rimedio brutale, rozzo. La privazione fisica della libertà personale, l'inibizione degli affetti e delle normali attività vitali, in un luogo senza legge comune, di esclusione e di sopraffazione. Un mondo che rispecchia e aggrava le diseguaglianze di censo, non rieduca affatto, mortifica senza redimere, alimenta il crimine. Il carcere lava la coscienza dei benpensanti, li solleva dalla responsabilità di immaginare metodi evoluti, che sarebbero più umani e anche più efficaci.
Potrebbe rimanere come deterrente estremo, residuale, per i casi di fallimento delle pene alternative, di comunità, riparatrici. Oltre che per segregare i criminali pericolosi all'incolumità altrui e per scongiurare la vendetta privata. Invece è ancora usato per ogni tipo di reato, variabile solo in misura del tempo, tanti anni, mesi, giorni. Possibile che nel terzo decennio del XXI secolo la sua riduzione al minimo necessario come pena ordinaria sia ancora un tabù?
Il codice Rocco, intatto nel suo impianto fondamentale, nella concezione autoritaria che esprime, sembra protetto da un riflesso condizionato di paura e ignavia. La discussione pubblica sul sistema penitenziario è ostaggio di chi brandisce la legge penale e la reclusione anche senza condanna definitiva come un randello contro la corruzione e i comportamenti antisociali.
E di chi ne abusa come proposta indolente per risolvere questioni importanti: a ogni nuovo interesse da tutelare, diritto da difendere, progetti di legge con declamazioni a mo' di gride spagnolesche, pronunciamenti indignati e requisitorie da tastiera che preludono a invocazioni di ceppi e sbarre.
Il moralismo intransigente e a buon mercato si compiace di reclamare anni di detenzione, se possibile senza fine, e di lamentare le scarcerazioni seppure previste dalle norme e disposte dai giudici. Anche una parte della sinistra politica ha inseguito, imitato e sopravanzato la cultura repressiva più tradizionale in una innaturale vocazione legge e ordine portata in qualche caso, per racimolare consensi precari, alla sciagurata tolleranza zero.
Quindi, irretita dalla suggestione di ascendenza giacobina per l'equazione tra lotta politica e gattabuia per gli avversari e immemore, invece, del ramo di famiglia libertario, ha persino evocato riscosse politiche in forma di processi penali e di auspicate condanne. Così da interpretare una singolare transizione storica: dapprima allarmati per il tintinnar di sciabole e poi sedotti dal tintinnar di manette. E così da nutrire opinioni comuni e infine movimenti politici animati dall'estremismo penale.
Chi ricorda i girotondi intorno ai palazzi di giustizia, solidali senza riserve con le inchieste delle procure e dunque con i loro possibili esiti detentivi? Si sono mai interrogati i pensosi e giocondi esponenti del ceto medio riflessivo su cosa succede ogni giorno in carcere? Uomini e donne chiusi a chiave in spazi tanto angusti che neanche per le bestie, violenze tra loro e su di loro, legami primordiali ridotti a colloqui sorvegliati e senza contatto fisico, abusi e angherie di ogni sorta.
Molti, invece, da tempo si adoperano per portare lì dentro umanità, civiltà e diritto: associazioni di volontariato e di promozione culturale, Garanti dei diritti dei detenuti, alcuni uomini di governo più consapevoli - Franco Corleone, Luigi Manconi, Gennaro Migliore - direttori degli istituti di pena, operatori delle carceri, anche agenti di polizia penitenziaria, magistrati di sorveglianza. Al contempo, la Corte europea dei diritti dell'uomo ha censurato gli aspetti più gravi della segregazione che umiliano oltre ogni necessità, a causa del sovraffollamento carcerario.
E anche il diritto italiano è progredito nel ridurre la distanza dalla Costituzione: la legge Gozzini, ormai pluridecennale, è ancora un esempio, il giudice delle leggi ha fatto la sua parte, da ultimo sull'aberrante ergastolo ostativo.
Eppure è il momento di considerare con razionalità anche l'abolizione del carcere come pena ordinaria, di seguire e sviluppare il pensiero di chi ha ragionato sulla giustizia riparativa, tra gli altri Francesco Occhetta, Gherardo Colombo, la stessa Marta Cartabia.
Fondare il riscatto dal delitto sulla riparazione del torto inflitto alle persone e alla società e sulla riconciliazione con le vittime del reato darebbe più risultati del carcere, con minori costi. Signora ministra, lei ha l'autorevolezza e la cultura per poter aprire una discussione senza pregiudizi.











