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di Massimo Cacciari

La Stampa, 3 ottobre 2022

Temo che ben poche siano le “certezze” che emergono dal voto del 25 settembre, malgrado questa volta sia molto chiaro chi ha vinto e chi ha perso. Certo, alcune tendenze di lungo periodo appaiono confermate, tendenze ben più che elettorali, riguardanti la struttura economica, sociale e, direi, culturale del Paese.

Anzitutto la spaccatura Nord-Sud. L’aumento drammatico dell’astensionismo al Sud strettamente correlato al reddito pro-capite. Dove la inflazione e la recessione pesano di più, lì aumenta vertiginosamente l’astensione rispetto alle aree più forti (ma ormai si dovrebbe dire meno deboli). Altro che serena indifferenza verso la partecipazione politica! L’astensione è diventata da noi misura del disagio e della protesta. A riprova, anche la grande maggioranza del voto va nel Sud alle forze politiche che sono state o appaiono essere state all’opposizione, o di quelle che negli ultimi mesi, contrastando il governo Draghi, hanno con più insistenza ripreso (lasciamo perdere come) i problemi dell’occupazione e del reddito di cittadinanza (piuttosto che baloccarsi sul pericolo fascista).

Se la competizione elettorale si fosse svolta soltanto tra PD e 5Stelle, il PD avrebbe vinto in tutte le aree del Centro-Nord e i 5Stelle in tutto il Mezzogiorno e le Isole. Ciò che rende evidente le difficoltà materiali che minavano alle fondamenta il “campo largo” di Letta e quelle ancora più forti per pensare di costituirlo nel prossimo futuro. Eppure è evidente che se queste due forze non si ripensano da cima a fondo anche al fine di trovare un’intesa, neppure l’opposizione al governo Meloni potrà avere la minima efficacia.

Prospettiva resa ancora più impervia dall’altro dato di fondo, strutturale, che il voto conferma: lo sgretolarsi della base sociale del PD, il suo progressivo indebolirsi nelle stesse “zone rosse”. Si è evitata la “catastrofe”, come già avvenuto nel recente passato (per l’elezione di Bonaccini), ma la tendenza è quella, aritmeticamente indiscutibile. Un ex partito di massa, e che come tale era nato o voleva nascere, non può sopravvivere soltanto come rappresentante dei ceti urbani medio-alti, più scolarizzati, con prospettive di vita più “serene”. Non sono né un sociologo, né mi intendo di statistica, ma fossi il PD commissionerei delle indagini scientifiche a conferma di ciò che appare evidente a una osservazione politica disincantata: per un verso il PD è diventato una sorta di Partito d’Azione-Radicale, e per l’altro un puro garante di stabilità, di governabilità, perdendo ogni vivacità riformatrice. Da qui il formarsi di una classe dirigente ministeriale, auto-referenziale, sradicata da ogni forte rappresentatività territoriale. Come può un simile partito corrispondere ai problemi che tormentano le nuove generazioni? E infatti se avessero votato solo i giovani non avrebbe superato neppure il 15%, mentre avrebbe conquistato oltre il 25% dei consensi se fossero stati chiamati alle urne solo i veteres (ultra sessantacinquenni). Anche su questo, attendiamo pure che i dati statistici confermino l’evidenza politica.

Se tra gli pseudo-partiti formanti l’area di centro, centro-sinistra più 5Stelle tutto resta per aria, gli equilibri interni della Destra non risultano meno in tempesta. Il complesso della coalizione è rimasto sostanzialmente al palo del 2018. La Meloni ha prosciugato la Lega nel Mezzogiorno, non ha attinto a forze nuove, dall’astensione (il cui aumento è in grandissima misura formata da ex elettori dei 5Stelle). Anche al Nord essa prende soltanto dagli alleati. È una competizione in famiglia, a somma quasi zero. Foriera di grandi dissidi? Presto per dirlo - e molto dipenderà anche da ciò che riescono a combinare gli avversari. Certo è che il voto a Fratelli d’Italia al Nord, nelle aree più forti del Paese e a maggiore presenza, ormai storica, della Lega, non presenta nulla al momento di strutturale. Per verificarlo, basterebbe andare domani stesso a un voto per le Regionali e, forse con l’eccezione della Lombardia (a meno che non si presentasse la Moratti), si confermerebbero sostanzialmente i risultati della precedente consultazione. In queste Regioni il voto è stato un duro avvertimento alla Lega di Salvini: a noi nulla interessa di demagogie nazional-popolari, di ideologie identitarie e ansiogene sui temi della sicurezza. A noi interessa immigrazione ordinata (o chiudiamo le nostre imprese), cuneo fiscale, riduzione delle imposte, la bolletta dell’energia, semplificazione amministrativa. Questo ha dichiarato a voce alta l’elettorato leghista. Ma - e qui sta la contraddizione - una Lega che si ricicla esclusivamente su questi temi, mai potrà arrivare ai livelli del 2019 e neppure sfiorarli. E se ora decidesse di riproporre con forza il problema del federalismo fiscale, così come sostenuto dai suoi governatori, da Roma in giù non avrebbe più un solo voto.

La vittoria della Meloni può perciò risultare analoga a tante altre del recente passato. Al momento è un boom che non rappresenta se non delusioni, frustrazioni, affannata e sempre più disperata ricerca di una decente rappresentanza politica. Potrà formarsi in questa situazione un decente governo? Si governa non solo con una maggioranza stabile e un esecutivo in grado perciò di svolgere un’azione di peso strategico, quale imposta dalle condizioni critiche del Paese - e non sembra proprio che la Destra sia oggi in grado di garantirlo.

Si governa anche grazie a una opposizione capace di intesa, capace di proposte concrete e alternative a quelle del governo sui problemi fondamentali dell’agenda politica e amministrativa. E questo sembra possibile ancora meno. Intanto, urge alle frontiere della nostra micro-politica, ma con ricadute drammatiche al loro interno, la metamorfosi in atto degli equilibri geo-politici. Da qui in ogni istante potrebbe venire il terremoto che sconvolge, per dirla col Poeta, la nostra “triste aiuola”. È già capitato oltre trent’anni fa. Meglio restare vigili e pronti. Tutto ciò che ora vediamo a analizziamo potrebbe rivelarsi il sogno di un’ombra