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di Gabriella Nobile*

La Stampa, 21 luglio 2022

Nessuno vuole mettere in dubbio, la segnalazione che è stata diramata il 2 luglio, a Milano: “Rissa e sparatoria tra nordafricani e centrafricani, possibili fuggitivi su Suv scuro”. Purtroppo non mi è stato possibile leggere il testo reale ma più o meno doveva essere questo se ha indotto una volante a fermare e perquisire in modo violento il giocatore del Milan Bakayoko, trattandolo come un delinquente pericoloso.

Per fortuna il lieto fine è arrivato, con pacca sulla spalla, dopo aver scoperto che quel nero, non era uno spacciatore ma una persona ricca e famosa. Tutto è bene quel che finisce bene, se questo episodio, non avesse portato alla luce un problema reale, quello della profilazione etnica. Provo a spiegare cosa avviene normalmente nella nostra Italia, dal sud al nord, e lo faccio forte di centinaia di segnalazioni arrivate in tutti questi anni alla nostra associazione Mamme per la Pelle. Ragazzi o ragazze nere, fermati di continuo per controlli, spesso usando maniere violente, solo per il loro colore della pelle, senza quindi giustificazioni oggettive e ragionevoli. Ricordo una mamma adottiva che mi telefonò disperata raccontandomi che il figlio da poco maggiorenne, di origini etiopi, in 30 giorni era stato fermato 24 volte.

Forse non sarà questo il caso, i poliziotti hanno dovuto agire in quel modo aggressivo per la pubblica sicurezza, quindi normale non chiedere i documenti, normale portarlo fuori dalla macchina con violenza, normale la pistola puntata dritto sul passeggero, normale una perquisizione corporale. Tutto normale. Siamo sicuri? Chiediamoci cosa pensa un bianco quando vede un nero al volante di una macchina molto costosa: che è un imprenditore? Un medico? Un ambasciatore? Mio figlio che sta usando la macchina del padre per fare il figo con gli amici? La risposta è una sola: un nero che guida un macchinone è un delinquente. Partiamo da questo per capire come mai tre poliziotti bianchi, dopo una segnalazione del genere hanno fermato proprio lui. Cercavano un centrafricano con la maglietta verde, quindi tutti i neri con la maglietta verde erano sospettati?

La verità è che per molti un nero vale l’altro, sono tutti uguali, parlano l’africano, arrivano dallo stesso posto, rubano, violentano, spacciano e non rispettano la legge. Questi pregiudizi sono così radicati nella nostra cultura colonialista e biancocentrica che si insinuano anche nella mente di giovani poliziotti che senza una specifica formazione o meglio informazione, spesso pensano che un nero vale un altro. Al primo corso antirazzista organizzato da Mamme per la pelle e dall’Oscad a Milano, c’erano poliziotti, carabinieri e ragazzi neri che si sono parlati, occhi negli occhi, senza filtri e intromissioni.

Sono venute alla luce storie raccapriccianti, degne dell’Alabama degli anni 60. Ricordo G. una ragazza indiana adottata di 20 anni che singhiozzando, con le lacrime agli occhi, raccontava di quando due poliziotti la fermarono mentre tornava a casa da scuola e di come la toccarono dove non si deve, con la scusa di una perquisizione, aveva solo 16 anni e da allora non era più uscita di casa da sola.

Ricordo però anche come la poliziotta che era al suo fianco le teneva la mano e la consolava chiedendole scusa per quello che aveva subito. Poi c’era Y., di 20 anni, che era stato portato in caserma perché non aveva i documenti e picchiato selvaggiamente senza motivo, solo perché nero, anche qui gli agenti con gli occhi lucidi gli stavano vicino. Sono certa che dopo questa esperienza ognuno di loro ha del tutto cambiato la propria percezione sui ragazzi non bianchi e, ogni ragazzo traumatizzato, ha riacquistato fiducia nelle forze dell’ordine.

Quindi la soluzione c’è ed è parlarsi, mettere a nudo i pensieri e le esperienze perché dietro quella pelle scura o quelle uniformi ci sono ragazzi sensibili e intelligenti che parlano la stessa lingua e cercano giustizia e libertà.

Non serve negare che in Italia ci sia razzismo, purtroppo è reale, tangibile, doloroso ma si può combattere e questa storia, avvenuta ad un giocatore del Milan, deve aprire la porta a discussioni civili e costruttive che possano portare ad una vera cultura antirazzista. Cosa sarebbe accaduto se al suo posto ci fosse stato un ragazzo comune?

Forse ci sarebbe stato un finale diverso, meno lieto ed è a questi ragazzi che dobbiamo pensare. Quelli che subiscono ogni giorno e non possono avere le copertine dei giornali, quelli che vivono sulla propria pelle il razzismo istituzionale fatto di micro aggressioni e soprusi. Quello che è accaduto a Bakayoko non è l’eccezione ma la quotidianità e la notizia bella, è che si può cambiare. Non aprire allegati se l’identità del mittente non è nota. Verificare sempre l’autenticità del link della pagina che ti richiede dati personali. In caso di dubbi contattare l’help desk di riferimento.

*Presidente dell’Associazione Mamme per la pelle, autrice di “Coprimi le spalle” (Chiarelettere)