di Alessandro Bergonzoni
La Repubblica, 31 dicembre 2024
Una preghiera laica e un augurio per il nuovo anno. Anni fa lo dissi in uno spettacolo: “Trecentosessantacinque vescovi entrino ogni giorno nelle carceri, non solo il Papa alcune volte, e vedrete come si mangerà meglio, si piangerà tutti, ci si sentirà diversi e sotto osservazione. Nessun abuso in presenza di tali Presenze”. Basterebbe poco, di vescovi ce ne sono tanti in Italia. Più dei nostri ministri incapaci di aprire qualsiasi porta, Santa o laica, a sbarre o del Paradiso. Anzi, solo bramosi di chiuderne fino all’asfissia anche dentro a un cellulare. Non ci si inchini, ossequiosi e meschini, davanti a sua Santità, se si gode, demoniaci, nel veder morire!
Proviamo, è un affare non solo di Stato ma di/stante, purtroppo molto lontano da chi amministra le carceri, anzi le lascia al loro destino. Ormai siete circondati, cari giustizialisti imperterriti, punitori dai piedi calpestanti, incalliti. Fatevene una ragione: non si arriva alla giustizia con nuovi torti di legge. Il capello torto, il corpo offeso, la psiche lesa, in nome di una vendetta pretesa e tanto attesa.
I con-dannati li fate stare da anni sul chi vive, ma non potete essere voi a decidere chi muore, con l’accidia e il non fare ronfare continuato. Il ministro di Giustizia giorni fa divideva coscienze da governo, chiesa da giustizia, reato da creato, perché come sempre, ogni politico crede che pregare sia una cosa, governare i rei un’altra, amare sia da spiritualisti, da deboli (lo abbiamo già sentito per la Pace, migliaia di bambini bombardati fa), usare il pugno di ferro sia l’unica risposta alla domanda di indulgenza, di “amnistia amniotica” che potrebbe far rinascere nuove esseri, non sempre suicidi, e quest’anno sono stati troppi. Non continuate ad “abortire” ciò che voi credete fetenti feti nella pancia del carcere, voi che dite che uccidere in ogni grembo è crimine contro l’umanità. E quegli 89 allora, come li definiamo dopo averli indotti a togliersi dalla vita sacra? Il ministro sembra sottolineare: ad ognuno il suo “mestiere”.
Ancora, senza capire che tutto c’entra con tutto e tutti con ognuno: le carceri, che nel mondo opprimono e sopprimono giornalisti, opinioni, idee e proteste, e che noi detestiamo in nome della democrazia e della libertà (di stampa, di manifestare, di protestare come forma d’amore), hanno ed avranno sempre a che fare anche con le nostre galere non di regime, ma pur sempre di “reprime”. Basta la legge anti-Gandhi, per capire come voler far maggiormente soffrire e torturare. Basta vedere in quanti sono in una cella italiana, per intuire vagamente una dittatura qualsivoglia o iraniana (e so bene le differenze di contesto, ma proprio per questo non capisco chi non comprende le anomale somiglianze pur nella differenza).
Facciamo che tra chi detiene il potere, di punire e vessare, e i rei, nasca una figura che “detiene” un nuovo primato: far finire al più presto questa moria! E record sia, in questa nuova antica disciplina sportiva, ben più importante di tanti benedetti agonismi da pallone o da pallina: qui si tratta di agonie. Avanti “atleti di vita”, fateci vedere come vincere senza p’odio…
Inauguriamo un nuovo “hanno”. Hanno bisogno, tutti i “cittadini” detenuti, di essere trattati come salvabili salvati e non solo irrecuperabili accusati, o peggio ancora solo imputati abusati in attesa di pregiudizio. Hanno bisogno della loro famiglia, ma non a miglia e miglia di distanza (disimpariamo dagli inventori dei porti più lontani, perché anche in galera non vanno spediti chissà dove, per deterrenza, con crudeltà, solitudini e sradicamento). Hanno bisogno di amore incondizionato cioè senza condizionale, per passar a “guarito” da “malato”. Hanno il diritto di leggere la Bibbia chi ci crede, o altri testi sacri, non solo di subire una qualsiasi Rebibbia…
Hanno la possibilità di redimersi in condizioni favorevoli, pur dovendo espiare una pena (e non entro più nel merito di tutta quella letteratura, per molti ancora lettera morta, che racconta dell’alternativo, del possibile, sostituivo, migliorativo comprovato).
Hanno sete di clemenza, di perdono riabilitativo, di pazienza, di comprensione, per capire ciò che hanno inflitto ad altri, senza che per questo venga inflitto anche a loro da uno stato di “rovescio” Hanno bisogno della nostra rivolta fuori, di noi che possiamo ri voltarci e vederli finalmente, senza aumentare gli anni di pena: noi lo possiamo fare.
Hanno fame della nostra presenza dentro. Della vita di tutti i giorni, prima che un’altra morte obbligatoria un giorno ritorni. Buon “hanno” allora, e buone teste Di quelli che possono fare molto, usandole diversamente. Buone teste, non più ormai quelle strette fino alla fine da un lenzuolo o quelle manganellate da pochi ma (non) buoni, che loro sì, anti Gandhi per antonomasia, reprimono a loro discrezione, perché gli è permesso e concesso da ogni amministrazione che si sia succeduta fino ad adesso. Buona nuova ora. Purché sia ora! Dopo aver detto che era ora. Ma soprattutto che adesso è.










