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di Andrea Lorenzo Capussela*

Il Domani, 22 luglio 2026

Le regole sono troppo poco credibili in Italia, perché poco rispettate. Le radici del problema sono nell’ordine sociale, che tollera la diffusa violazione delle regole. Per cambiarlo occorre offrire ai cittadini la prospettiva credibile della transizione a un ordine migliore. Nel suo recente articolo, Christian Raimo critica l’idea che la soluzione del problema italiano passi per l’”ingegneria istituzionale”, definita “una sorta di teologia procedurale” dalla quale ci siamo attesi molto ma non abbiamo cavato nulla. Sono d’accordo, ma non lo seguo nel criticare anche “l’idea che il vero male italiano [sia] innanzitutto un problema di regole”.

La diffusione di evasione fiscale, abusivismo edilizio, corruzione e crimine organizzato, molto superiore rispetto alle altre democrazie consolidate europee, attesta che in Italia c’è un grave problema di regole. La mia tesi, anzi, è che questo sia il vero problema dell’Italia, causa principale sia del declino economico sia della sfiducia politica. Certo la soluzione non è cambiare le regole, ma rafforzare la credibilità e l’effettività delle regole in generale. Altrimenti le nuove regole, per benintenzionate che siano, non avranno più presa sulla realtà sociale di quanto ne avessero le grida seicentesche che Manzoni sbeffeggia.

La minima illusione della “generazione Mariotto Segni” La credibilità Certo non è semplice rafforzare la credibilità delle regole. Una lunga tradizione la fa dipendere dalle norme sociali di una comunità, dalle sue regole non scritte, dai suoi costumi. Senza “buoni costumi”, scrive Orazio, le leggi sono “vane”: “le leggi senza i costumi non bastano” riprende Leopardi, aggiungendo che “i costumi dipendono e sono determinati e fondati principalmente e garantiti dalle opinioni”. È allora un problema di opinioni, di cultura diffusa? È questa un’opinione tanto sbagliata quanto pericolosa: se “la corruzione l’abbiamo nel sangue”, come alcuni dicono, non c’è soluzione. Machiavelli ci aiuta a confutarla. Innanzitutto lui afferma l’interdipendenza tra leggi scritte e norme sociali: “Così come gli buoni costumi, per mantenersi, hanno bisogno delle leggi; così le leggi, per osservarsi, hanno bisogno de’ buoni costumi”. Poi punta il dito sugli “ordini”, ossia l’ordine sociale, l’organizzazione organizzazione politico-economica, che è anche il fondamento di ciò che Leopardi chiama “opinioni”. Scrive infatti Machiavelli che “se le leggi secondo gli accidenti in una città variano, non variano mai, o rade volte, gli ordini suoi: il che fa che le nuove leggi non bastano, perché gli ordini, che stanno saldi, le corrompono”. Da secoli sappiamo che le regole sono la protezione dei deboli: i forti si sanno difendere da soli, e senza regole deprederanno i deboli.

Da decenni sappiamo che regole eque e credibili sono decisive anche per l’innovazione, la produttività, e quindi la prosperità. Tempo e burocrazia per frenare le mire di Mantovano su Corte dei Conti e Consiglio di Stato Ordine e violazioni In Italia l’ordine sociale, che tollera la violazione diffusa delle regole, è sia iniquo sia inefficiente (meno che in Albania, certo, ma più che in Germania). Favorisce i forti e danneggia i deboli, ossia la maggioranza. Come regge? Regge perché spesso tollera anche le trasgressioni dei deboli, che altrimenti si ribellerebbero. I condoni fiscali ed edilizi ne sono la più chiara dimostrazione, e il divario tra i vantaggi che dai condoni ricavano un miliardario e un artigiano ne dimostra la duplice iniquità. Se questo è vero, il problema non è di ingegneria istituzionale, né di regole, né di cultura, ma è politico: in democrazia i cittadini possono cambiare l’ordine sociale. E affinché decidano di cambiarlo bisogna che sia loro offerta la prospettiva credibile della transizione a un ordine sociale più equo ed efficiente. Ho sottolineato “credibile” perché, come ho appena detto, questo ordine sociale concede piccoli benefici selettivi anche a molti deboli: benefici che certo non compensano la sua iniquità e inefficienza, ma migliorano la vita di tanti.

Se quindi la prospettiva di cambiamento non è credibile, molti preferiranno quei benefici a una transizione incerta (che minaccerebbe quei benefici senza promettere di meglio). Tento allora una risposta alla domanda che chiude l’articolo di Raimo: al tempo della crisi del 1991-94, c’era un vero “desiderio di riappropriarsi delle istituzioni”? C’era una genuina aspirazione al “civismo”? C’era, io credo. È invece mancata la prospettiva credibile della transizione a un ordine sociale migliore. È per questo che nel 1994 vinse Silvio Berlusconi, che prometteva di mantenere il vecchio ordine rendendolo più sostenibile - quell’ordine era crollato sotto il peso degli squilibri macroeconomici che generava - e più efficiente. Infatti ci credettero anche persone come Mario Monti. Sono forse troppo pessimista, ma temo che quella prospettiva manchi tuttora. Il principale vantaggio delle destre è questo.