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di Gianluca Di Feo


La Repubblica, 25 luglio 2021

 

Mio padre aveva sempre la pistola. Quando uscivamo di sera, infilava nei pantaloni una Beretta 22 come quella di Massimo Adriatici: "leggera e precisa", la definiva. Ma ogni volta che notava i miei occhi di bambino osservare quella semiautomatica, mi ripeteva: "Non possedere mai un'arma. C'è sempre un momento estremo in cui puoi venire accecato dall'ira o dal dolore e perdere il controllo. Basta un attimo. Se premi il grilletto, rovini due vite: quella di chi colpisci e la tua".

Mio padre aveva sempre la pistola perché era un ufficiale dei carabinieri. E quelli erano gli Anni di Piombo, quando nelle strade d'Italia i conflitti a fuoco non erano un'eccezione. Oggi le statistiche riconoscono al nostro Paese un numero di omicidi tra i più bassi d'Europa e anche le rapine sono in calo costante. Eppure c'è chi ritiene che sia giusto girare per i bar con il colpo in canna, come faceva l'assessore leghista di Voghera. O che sia normale che un pediatra abbia un revolver alla cintura, come sostiene Luca Bernardo, il candidato sindaco del centrodestra a Milano. Non è un caso.

Da anni la Lega ha impugnato una cultura delle armi estranea alla nostra tradizione, facendone strumento di campagna politica. Nei governi dell'era berlusconiana ha spinto per una militarizzazione dell'ordine pubblico, arrivando a dotare i vigili urbani di mitra e riot gun come se i borghi padani si fossero trasformati nei sobborghi più spietati di Detroit. Poi, con Giuseppe Conte premier e con il sostegno dei 5Stelle, ha allargato a dismisura i confini della legittima difesa, consentendo così l'uso di pistole e doppiette anche soltanto in presenza di "grave turbamento". Quella legge 36 del 2019 è stata un colpo a bruciapelo sui principi della nostra civiltà giuridica, che aveva sempre delegato ai corpi di polizia l'uso della forza e imposto una proporzionalità tra reazione e minaccia. Ora non più. Adesso il principio è: "Mi hai spaventato? Allora posso spararti". Un'equazione, questa sì, terrificante. La stessa sostenuta davanti al giudice dalla difesa dell'assessore Adriatici.

Dopo il 2019 è arrivato il Covid. E la pandemia non ci ha reso migliori: la paura è entrata ancora più in profondità nella nostra psiche. Molti nell'angoscia per l'isolamento e nell'incertezza sul futuro hanno risposto comprando una pistola. Maria Novella De Luca ha descritto su queste pagine come nel 2020 le autorizzazioni di porto d'armi siano aumentate del 10 per cento. Già nei tre anni precedenti altre 400 mila persone avevano preso la licenza di tiro sportivo, che consente di tenere dentro casa Beretta, Glock, Smith & Wesson e persino fucili d'assalto all'americana, seppure a colpo singolo.

Questa reazione di massa è asimmetrica rispetto alla realtà. È vero: esiste un senso di insicurezza crescente in città e campagne, che non nasce però da aggressioni pistolere o banditi col kalashnikov. Gli italiani sono spaventati per furti e scippi, per le piazze lasciate affondare nel degrado (fate un giro di notte intorno alla Stazione Termini), per le periferie abbandonate a se stesse e per le villette di provincia bersagliate dai ladri. Guasti sociali e reati quasi mai a mano armata, che non si risolvono ostentando un mitra.

Ma lo sfruttamento della paura è sempre stato una prerogativa della Lega, che ha saputo ingigantirla e cavalcarla, presentando la pistola come la grande panacea. Mentre le derive securitarie delle vecchie destre portavano a invocare "legge e ordine", quella salviniana è populista e predica la giustizia fai da te, usando come testimonial sindaci e assessori con la pistola: assurgono al ruolo di sceriffi - come loro, quelli del West erano eletti dalla cittadinanza - pronti a intervenire dove le istituzioni non arrivano, dimenticando di essere loro stessi parte delle istituzioni.

Come altro definire le ronde notturne di Massimo Adriatici nelle piazze di Voghera? Missioni personali di uno che il gip ha definito pericoloso per "l'attitudine a porre in essere reazioni sovradimensionate nel caso in cui si trovi in situazione di criticità". Parole che sembrano il ritratto di un pericolo pubblico, col proiettile in canna e il grilletto leggero.

Il suo avvocato, Gabriele Pipicelli, sostiene che sia in corso una "vergognosa strumentalizzazione politica di una disgrazia". Dimentica che da anni è la Lega a strumentalizzare il tema della legittima difesa, dimentica gli interventi ossessivi di Salvini su questo argomento.

E non comprende che l'uccisione di Youns El Boussettaoui è una questione politica, che deve fare aprire gli occhi a tutti sulla barbarie che stiamo accettando. Che deve spingere il Parlamento a discutere e smuovere tutte le forze democratiche a mobilitarsi per abrogare la legge 36/2019 salviniana. Anche a costo di un referendum, che chieda agli italiani se vogliono o meno un Paese a mano armata.