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di Stefano Cappellini

La Repubblica, 1 aprile 2023

La persecuzione di Tortora, cavia del giustizialismo nazionale. Per spiegare a un ragazzo o una ragazza di oggi quale fu l’impatto della notizia dell’arresto di Enzo Tortora nel 1983 si potrebbe dire: immaginate se arrestassero oggi Fiorello o Amadeus con l’accusa di essere camorristi e grandi trafficanti di droga. Dovrebbe rendere l’idea, sebbene forse Tortora, all’epoca, fosse persino più popolare di Fiorello e Amadeus.

Giornalista, conduttore televisivo, Tortora era amato e seguito da italiani di ogni età, anche i bambini, perché nel suo programma Portobello il momento più atteso dai piccoli era quando i concorrenti cercavano di far parlare un pappagallo che, alla fine, restava quasi sempre muto sul suo trespolo. Parlava molto, invece, un piccolo malfattore e assassino, si chiamava Giovanni Pandico, il quale improvvisamente per assurdi deliri personali raccontò agli inquirenti che Tortora era uno spacciatore di droga legato al clan di Raffaele Cutolo, il ras della camorra. Insieme a lui, fiutando l’occasione di trarne grossi vantaggi, accusarono Tortora anche Pasquale Barra, detto ‘o animale, e successivamente Gianni Melluso, detto Gianni il bello. In teoria, Barra e Melluso erano “pentiti”. Grazie a una legge approvata l’anno prima dell’arresto di Tortora soprattutto per contrastare il terrorismo politico, la legge Cossiga, potevano ora godere di una serie di benefici stabiliti dal codice.

Sulla base delle prime dichiarazioni di Pandico, il 17 giugno 1983 Tortora viene prelevato in manette dall’Hotel Plaza di Roma, a favore di reporter, fotografi e operatori tv provvidenzialmente avvisati del blitz, e condotto al carcere di Regina Coeli. Da lì comincia la sua via crucis, se non il più grave caso di malagiustizia della storia repubblicana, certo il più clamoroso, raccontato ora anche dal libro della figlia Gaia (Testa alta, e avanti, editore Mondadori), che al racconto pubblico aggiunge ovviamente il bernoccolo di dolore personale che da allora si porta addosso.

La notorietà del conduttore crea l’innesco di un processo mediatico, secondo una prassi che negli anni si sarebbe fatta consuetudine. I giornali cavalcano le tesi dell’accusa, chiamiamole così per decenza, senza dubbi né esitazioni. Anzi, si mette in moto un meccanismo, anche questo destinato a fortuna, di proliferazione degli addebiti. A un certo punto, mentre Tortora e il suo fisico vengono provati da sette ingiustificabili mesi di carcerazione preventiva, sul Corriere della sera compare un pezzo in cui il conduttore viene accusato di aver rubato anche soldi destinati ai terremotati dell’Irpinia.

La fonte? Una lettera anonima. Siamo in un pozzo di melma dentro al quale, però, nessuno ha voglia di guardare bene. Per molti, anzi, è acqua di fonte, alla quale attingere ogni giorno per linciare Tortora. Nelle mani dei pm non c’è niente, a parte le deliranti invenzioni degli scannagole, anche se sui media sembrerebbe il contrario: inesistenti numeri su agendine telefoniche, fantomatici incontri mai avvenuti, racconti privi di qualsiasi attendibilità e verosimiglianza vengono spacciati per prove, prima sui giornali e poi al processo.

La condizione di Tortora è una vergogna per un Paese civile: essendo innocente, non sa nulla di cosa gli contestano, non conosce i suoi accusatori. Lui stesso racconterà di aver appreso solo indirettamente notizie di loro: “Un collega, Giuseppe Marrazzo, inviato a Napoli per il Tg2, riferì che Pasquale Barra, il pentito della camorra che mi aveva denunciato, procedeva in una caserma dei carabinieri ai riconoscimenti dei presunti membri della nuova camorra organizzata scrutando coloro che gli venivano via via presentati e sorseggiando coppe di champagne. Il telecronista spiegò che Barra indicava questo o quello, sottolineò che il riconoscimento avveniva in un clima di grande tensione, e annunciò che alcune persone in attesa del verdetto venivano colte da malore. Pensai a Barra che diceva: chiste sì, chille no, chiste sì, chille no…”.

Tra i pochi che coraggiosamente si smarcano dal clima c’è Giorgio Bocca che su Repubblica prova a usare la logica contro la barbarie dell’accusa e delle ragioni usate per tenere Tortora in galera contro ogni criterio di legge: “Allora fateci capire - scrive Bocca rivolgendosi ai pm - o queste prove ci sono e allora contestategliele o si torna sempre, e soltanto, a Pandico e a ‘O animale, e allora c’è poco da inquinare, lì siamo nella fogna più nera, nel Marat-Sade, fra gente che apriva il petto del nemico e gli mangiava il cuore”. Ma Bocca è un’eccezione. Sulla maggior parte dei giornali e delle tv - all’epoca, per fortuna, almeno non c’era Internet, sarebbe stato peggio - prevale e passa solo la tesi dell’accusa e cioè “Tortora cinico mercante di morte”.

Tortora non è solo un formidabile conduttore. È un uomo molto intelligente, colto e sensibile. Capisce subito che il suo caso è solo il più evidente, ma che la giustizia italiana è zeppa di vicende come la sua, però toccate in sorte a poveri e ignoti disgraziati, e che la legislazione approvata negli anni dell’emergenza terroristica ha aumentato a dismisura la possibilità di errori e persecuzioni giudiziarie di tipo medievale. Lui, che è un liberale convinto e che ha fatto parte della nazionale del Pli, fa autocritica per aver appoggiato alcune delle misure che ora vede nel loro carattere autentico: attacchi allo Stato di diritto, strumenti che privano i cittadini, innocenti o colpevoli che siano, di ogni diritto costituzionale. Per questo Tortora comincia a combattere due guerre in una, quella per proclamare la sua innocenza ma anche quella per aiutare altri nella sua situazione e per denunciare l’inciviltà delle carceri italiane. Marco Pannella gli offre la candidatura nella lista del Partito radicale alle europee del 1984 e Tortora, che fa campagna elettorale dai domiciliari, viene eletto a Strasburgo con più di 400 mila preferenze. Uno dei pm che lo accusa dirà poi che a votarlo sono stati “mezzo milione di camorristi”.

Un anno e mezzo dopo la sua elezione, nel settembre del 1985, Tortora viene condannato in primo grado a dieci anni di carcere. Uno scempio senza eguali. Lui che è un galantuomo senza macchie, un uomo in mezzo a tragiche macchiette in toga o senza toga, per risposta si dimette da europarlamentare perché nessuno possa accusarlo di cercare scudi o scappatoie. Un anno dopo la condanna in primo grado viene assolto in appello, sentenza confermata dalla Cassazione il 13 giugno 1987, esattamente quattro anni dopo il suo spettacolare arresto. Torna anche a condurre in Rai ma presto il suo fisico presenta il conto delle sofferenze subite: muore nel maggio del 1988, a 59 anni.

La sua vicenda sembra inizialmente avere un effetto virtuoso sul sistema: si modificano i termini della carcerazione preventiva, nel 1987 si celebra un referendum sulla responsabilità civile dei magistrati che, pur vinto, non avrà alcun effetto concreto. Al contrario alcuni dei metodi sperimentati su di lui diventeranno strutturali anche grazie al lato oscuro di Tangentopoli, che spesso si oppose alla dilagante corruzione della politica con la corruzione dello Stato di diritto, come già era avvenuto nel corso delle altre emergenze nazionali, cioè terrorismo e mafia: abuso della custodia cautelare, cambio in corsa dei capi di imputazione, inversione dell’onere della prova, restrizione dei diritti di difesa. Pratiche che non sono meno gravi se applicate ai colpevoli, oltre che agli innocenti. Il pentitismo produce ordinanze che colpiscono centinaia di persone in un colpo solo rendendo in sostanza vano uno dei capisaldi del diritto: l’accertamento della responsabilità penale è sempre personale. Come discernere se gli imputati di un processo sono 600 o 700?

Dall’arresto di Tortora, 40 anni fa, la giustizia spettacolo è aumentata, non diminuita. Ricordarlo significa quasi sempre essere assimilati ad amici dei corrotti, complici, collusi, prezzolati. Come funzioni il dibattito pubblico di questo disgraziato Paese lo ha raccontato meglio di tutti proprio Tortora, un uomo che non ci mancherà mai abbastanza, raccontando in un libro cosa accadde quando si sforzò di presentarsi in ordine al processo contro di lui: “Volevo presentarmi ai giudici in ordine, comparirei ben vestito anche davanti al boia. Fui trasportato in barella sino in un atrio. Scesi, e mi appoggiai a un bastone che avevo con me, salii per uno scalone e vidi venirmi incontro un colonnello dei carabinieri. Chiesi dove potevo cambiarmi d’abito. Mi accompagnarono in uno stanzino. Mi tolsi l’accappatoio, infilai la camicia e i pantaloni, mi annodai la cravatta, mi misi la giacca, uscii e ritrovai il colonnello. Ci fu persino chi ironizzò sulla mia decisione di presentarmi ben vestito davanti ai giudici e insinuò che, se mi ero cambiato d’abito, non stavo poi tanto male. Ebbi così la sconsolante sensazione che, se fossi comparso trasandato, sarei stato più credibile e pensai con rassegnata tristezza che il nostro è un Paese in cui si apprezzano i guitti ma non si sa dove stia di casa la dignità”.