di Salvatore Fiandaca*
Ristretti Orizzonti, 28 maggio 2024
L’ordinamento penitenziario prevede che un detenuto possa essere accompagnato con scorta a trovare un proprio congiunto per gravi motivi di salute, a rischio di morte e anche dopo la morte per dare un ultimo saluto alla salma, a volte anche dopo la sepoltura. Mia moglie si è ammalata di Alzheimer oltre 5 anni fa. All’inizio non sembrava grave, dimenticava qualcosa, non usciva più di casa, aveva difficoltà a collegarsi in videochiamata. Niente di non risolvibile; l’ispettore incaricato dei colloqui familiari, rendendosi conto del problema, mi propose di non caricare mia moglie di questa ulteriore incombenza, avrebbe incaricato lui una volontaria di farmi prenotare la chiamata.
Per la prima volta in 36 anni di carcere sono stato destinatario di un atto di umanità così forte e inaspettato. Sicuramente non dimenticherò mai quel gesto tanto carico di sensibilità quanto raro in questi posti, anche perché è l’unico che mi sia stato fatto in tutta la detenzione. Prima i miei familiari a turno andavano a casa da mia moglie a ricevere la videochiamata per farmi parlare con lei e così siamo andati avanti per qualche anno. All’inizio estate del 2023, però, mia moglie viene colpita da un’ischemia e ricoverata in ospedale. Superata l’ischemia non viene più rimandata a casa perché nessuno può occuparsi di lei h24; mia figlia lavora e questo è l’unico mezzo del loro sostentamento. Ricoverata in una RSA si aggrava sempre di più per cui chiedo un permesso per poter andare a trovarla finché è ancora in grado di riconoscermi. L’iter procedurale viene messo in moto velocemente, altrettanto velocemente la richiesta viene rigettata perché mia moglie non è in fin di vita.
Nessuno lo aveva mai detto, infatti, anche se con quella malattia, tutto può succedere. Io avevo chiesto di poter vedere mia moglie dopo 5 anni dall’ultimo incontro finché era ancora in grado di riconoscermi. Nei rari sprazzi di lucidità lei dice a mia figlia che avrebbe voglia di vedermi. Credo che a me tutto possa essere negato ma a una donna di 70 anni, ammalata come lei, non dovrebbe essere negato il desiderio di vedere l’uomo a cui si è legata per tutta la vita, sin dai primi anni di liceo, all’età di 14 anni. Secondo me questo tipo di permesso dovrebbe essere concesso finché i propri cari sono in vita, perché dopo la morte non credo possano godere di questo beneficio. Ho pagato e sto pagando, ho 70 anni dei quali oltre la metà passati in carcere, fuori l’unica persona che mi aspettava, mia moglie, non può più farlo per cui non so se ho ancora voglia di uscire dal carcere.
Ma di una cosa sento la necessità; di scontare la pena con umanità da parte di chi gestisce la mia reclusione. Perché io ormai è da diversi anni che ho verso le istituzioni un atteggiamento di sensibilità e massimo rispetto. Cosa che non avevo prima, e senza altri scopi se non quello di una reciproca pacificazione.
*Redazione Ristretti AS1 Parma









