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di Mario Di Vito

Il Manifesto, 14 marzo 2026

Nessun uomo è le sentenze che lo riguardano. Vale per tutti. Anche per Bruno Contrada, morto giovedì sera a Palermo all’età di 94 anni. “Super poliziotto” dall’enorme carriera, quando venne arrestato, alle 7 del mattino della vigilia di Natale del 1992, era terzo dirigente del Sisde. L’ordine di cattura, firmato dal capo della procura palermitana Gian Carlo Caselli, parlava di un reato che (forse) allora ancora non esisteva: concorso esterno in associazione mafiosa. Un dettaglio - l’estensione dell’articolo 416 del codice penale - che poi sarà decisivo nella sua lunga e contraddittoria vicenda giudiziaria, finita con una differenza enorme tra i giudizi di merito e quelli di legittimità, anche in virtù delle due posizioni opposte assunte nel tempo dai giudici italiani e da quelli europei.

Sentenze alla mano, è tecnicamente impossibile dire se Contrada sia morto da colpevole o da non colpevole. Comunque, al di là di tutto, è un dato accertato che il 16 luglio del 1984, in una stanza della questura di Roma, appena rimpatriato dal Brasile, Tommaso Buscetta parlò di lui a Giovanni Falcone.

“Quello di Contrada è il primissimo nome che venne fatto”, ricorda al manifesto Giuseppe Di Lello, che ai tempi, con Borsellino, Guarnotta e lo stesso Falcone faceva parte del pool antimafia di Palermo guidato da Antonino Caponnetto. Quelli cioè che in seguito avrebbero costruito il maxi processo. Contrada verrà poi citato anche da altri e non meno importanti pentiti: Mutolo, Marchese, Cancemi. Dicevano tutti la stessa cosa: il “super poliziotto” dava una mano a cosa nostra. Avvisava, faceva soffiate.

Più volte, durante gli anni 80, c’era la convinzione - quasi la certezza - che fosse giunto il tempo di stringere il cerchio attorno a Totò Riina, a Salvatore Inzerillo o a Michele Greco. Ma poi il colpo non riusciva mai. Così, in Sbirri e padreterni (Laterza, 2016) il giornalista Enrico Bellavia e il boss corleonese Franco Di Carlo: “Contrada è rimasto per una vita intera a Palermo. Era arrivato quando regnava la tregua e a quel modello si è rifatto”. Perché, proprio fino all’arrivo dei padrini di Corleone, “Cosa Nostra non era quella che sparava e ammazzava, era un sistema di potere nel quale chiunque avesse ambizione e nessuno scrupolo voleva entrare, in pochi non volevano averci veramente a che fare”. In questo contesto, la carriera di Contrada “è stata costruita stando ben attento a non correre pericoli seri: qualche rapporto di polizia cui seguiva l’informazione a chi di dovere di tenersi alla macchia per un po’”.

Di base è il solito discorso: anche Andreotti, fino al 1980, ha avuto rapporti quantomeno amichevole con un certo numero di boss. Questa data, processualmente, gli ha portato in dono la prescrizione dall’accusa di associazione a delinquere, ma ha anche un preciso significato storico: prima di allora la mafia era un male considerato quasi necessario anche dallo stesso Stato, che in un modo o nell’altro ha per decenni scelto di venire a patti con questo “tenebroso sodalizio”. Dopo, con l’aumento della violenza di Cosa nostra, averci a che fare era diventato indigeribile per chiunque. Più o meno. Nel senso che questo dicono i fatti accertati per via giudiziaria. Poi c’è un contorno che è sempre lo stesso sin dal Giorno della civetta di Leonardo Sciacia e che non si può eludere nascondendolo dietro i provvedimenti emessi dai giudici. Al di là di ogni ragionevole dubbio, ci sono sempre degli altri fatti.

In ogni caso Contrada, ancora in tema di tribunali, dopo essere stato condannato in via definitiva a 10 anni nel 2007, e dopo aver passato otto anni in prigione, dopo essersi paragonato a “Rudolf Hess a Spandau” e dopo aver sempre rifiutato di chiedere la grazia al presidente della Repubblica (“Lo stato dovrebbe casomai dirmi grazie”), alla fine ha trovato ben due pronunce favorevoli della Cedu sul suo caso. Una per la mancata concessione dei domiciliari per motivi di salute. Un’altra perché il reato per cui è stato condannato - il concorso esterno - ai tempi in cui è stato commesso “non era sufficientemente chiaro, né prevedibile da lui”, che quindi “non avrebbe potuto conoscere le pene in cui sarebbe incorso”.

È in questa maniera che, alla metà degli anni 10 del ventunesimo secolo, è partito il balletto delle richieste di revisione del processo, indennizzi, ricorsi e controricorsi. Nel 2023 la Cassazione gli ha riconosciuto quasi 300.000 euro di risarcimento per ingiusta detenzione, ma in precedenza aveva rimandato gli atti alla Corte d’appello di Palermo, che nell’ultimo giudizio di merito nei confronti di Contrada non ha fatto alcun passo indietro rispetto a quanto stabilito in precedenza.

Scrissero i giudici che, se non c’era il concorso esterno, di sicuro si poteva parlare di favoreggiamento. Perché Contrada è stato “a disposizione per un lunghissimo periodo, dal 1979 al 1988, dell’organizzazione mafiosa, e non già (solo) di singoli suoi esponenti di vertice”. È stato infatti accertato che Contrada “dapprima nella qualità di funzionario della questura di Palermo, poi in quella di dirigente presso l’alto commissariato per lotta alla mafia e infine presso il Sisde, di avere contribuito alle attività e agli scopi criminali dell’associazione Cosa nostra, fornendo notizie riservate, riguardanti indagini ed operazioni di polizia”.

Nessun uomo è le sentenze che lo riguardano. Vale per tutti e vale anche per Contrada. Nel suo caso infatti le parole e i giudizi non sono una biografia. Sono un requiem.