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di Roberto Saviano


L'Espresso, 1 marzo 2020

 

La metafora del processo come ponte tibetano apre il saggio del giurista Glauco Giostra, intitolato "Prima lezione sulla giustizia penale", pubblicato da Laterza. Ed è una metafora che ricorre in tutto il libro. Giostra insegna procedura penale alla Sapienza e probabilmente oggi, tra i suoi studenti, ci saranno i magistrati e gli avvocati di domani: a loro Giostra racconta come funziona o non funziona il ponte tibetano del processo penale.

Un cammino difficile, ma obbligato, che non può durare all'infinito. Mi piace questa immagine: il processo penale è come un ponte tibetano, una struttura di corde flessibili, in equilibrio tra loro, che consente di passare dall'evento delittuoso alla condanna o alla assoluzione.

Sotto il ponte c'è una voragine più o meno profonda, c'è acqua o rocce, un manto boscoso o un paese edificato a valle, a seconda dei casi, e non esiste altro modo per andare dall'evento delittuoso alla punizione o alla assoluzione che passare su quel ponte sospeso nel vuoto. Ed è fondamentale, per la sopravvivenza della vita democratica, fidarsi dei costruttori e di chi fa la manutenzione delle corde.

Anche gli Inca usavano ponti di corde sospesi tra le vette delle Ande; lo scrittore americano Thornton Wilder ha vinto il Pulitzer nel 1928 raccontando proprio, in un romanzo intitolato "Il ponte di Saint Louis Rey", la storia di un gruppo di persone che perde la vita attraversando un ponte di corde tra Lima e Cuzco.

Attraversare un ponte fatto di corde e sospeso su un burrone è come attraversare un processo penale, perché ogni processo, anche quello apparentemente meno insidioso, pone una serie di interrogativi che riguardano l'uomo, la sua condizione, il suo essere in relazione alla comunità.

E anche se le tecnologie sono sempre più presenti sul ponte tibetano del processo penale, l'esito finale non contempla la certezza assoluta (potremmo dire meglio: astratta) della colpevolezza o dell'innocenza: è questa carenza, probabilmente, a distinguere una Democrazia da uno Stato autoritario.

E non si può abbandonare il viaggio, non si può tornare indietro: il ponte deve essere attraversato fino in fondo perché senza percorso non c'è soluzione, come senza processo non c'è composizione. Il percorso è dunque il processo, un percorso che non può durare in eterno - come di recente ha opportunamente ricordato la Presidente della Corte costituzionale, Marta Cartabia - e che allo stesso tempo deve essere compiuto con scrupolo e con attenzione.

Poiché, è bene ricordarlo, il processo è di per sé una pena. Secondo l'articolo 111 della Costituzione, l'attraversamento deve avvenire in tempi ragionevoli perché non si può restare per anni sospesi sul baratro.

Il libro di Glauco Giostra - che è un libro di ragionamenti, in un tempo nel quale anche su argomenti molto tecnici si invocano tifoserie - affronta proprio il tema della sospensione sul baratro dell'imputato che, nella nostra società, è per lo più considerato colpevole fino a prova contraria; quindi quella sospensione, quel rallentamento, è tanto più sofferto e difficile da sostenere.

C'è un punto in cui il giurista se la prende con la politica, ed è quello in cui parla delle tempistiche processuali in Italia, la cui lentezza è acuita, nella percezione generale, dalla rapidità dei processi sommari che si celebrano in televisione: è sempre agevole condannare senza processo, senza darsi la pena di attraversare quel ponte traballante.

Giostra passa in rassegna diversi fattori discussi che riguardano il processo penale; tra questi, solo per citarne alcuni: l'obbligatorietà dell'azione penale, la carenza di personale e di strutture, l'incapacità organizzativa, la mancata informatizzazione delle comunicazioni da e verso il processo, il sistema delle impugnazioni.

Non si tratta di questioni solo tecniche, poiché diverse impostazioni possono arrivare a implicare diverse visioni dei principi costituzionali in materia di processo. Eppure, di fronte all'enormità del problema, le maggioranze politiche succedutesi negli ultimi anni hanno sempre preferito agire, in un senso o nell'altro, sui tempi di prescrizione; hanno sempre cercato lo specchietto per le allodole per eccellenza.

Giostra scrive che siamo il Paese in Europa con il maggior numero di processi che si concludono per prescrizione, da un lato, e il maggior numero di condanne per irragionevole durata dei processi, dall'altro. In un senso o nell'altro, si potrebbe dire, è il tempo il protagonista del processo; un tempo che scorre lento, tanto che, per certi versi, più che una pena in sé il processo rischia di divenire la sola pena.