di Mauro Bazzucchi
Il Dubbio, 6 settembre 2025
Meloni metterà tutto sul banco in vista del referendum sulle “carriere”, soprattutto a livello di comunicazione. Non è solo un valzer di nomi, quello che attraversa i corridoi di Palazzo Chigi. È l’apertura di un cantiere politico in piena regola. Giorgia Meloni ragiona da settimane su una casella chiave: il portavoce. Ma non una figura istituzionale. Piuttosto uno “spin doctor” che, più che prestare la voce, sappia costruire la narrazione del governo in vista della madre di tutte le battaglie: il referendum sulla separazione delle carriere, previsto per la primavera del 2026.
L’indiscrezione più insistente porta a Gian Marco Chiocci, attuale direttore del Tg1. Lui, con prudenza, frena: “Mi ha chiamato, ma al Tg1 sto bene”, ha dichiarato. Ma la suggestione resta. Perché l’idea di Meloni è chiara: dotarsi di una figura capace di governare il racconto politico in una fase che inizierà con le Regionali nelle Marche e culminerà nello scontro frontale con il fronte togato.
In queste settimane i magistrati si stanno già muovendo. Volti popolari come il procuratore Nicola Gratteri hanno iniziato a presidiare i palinsesti televisivi e addirittura a farne parte, per difendere la categoria e contrastare il ddl Nordio. La premier sa che la posta in gioco è altissima: una bocciatura alla consultazione popolare equivarrebbe a una sconfitta di sistema, con effetti devastanti sul suo impianto riformatore. Al contrario, un sì consoliderebbe Meloni come leader capace di piegare la magistratura e ridefinire i rapporti di forza con le toghe. Il punto, però, è che il terreno non è neutro. Una parte dell’opinione pubblica guarda con diffidenza alla riforma, e persino dentro la maggioranza non tutti hanno la stessa convinzione. Il centrodestra si compatta a parole, ma non mancano i timori per l’impatto di un referendum che potrebbe polarizzare il Paese. Forza Italia, più legata a una sensibilità garantista, spinge per un approccio morbido, al netto della connessione nostalgica con la battaglia di Silvio Berlusconi. La Lega di Salvini, invece, intravede la possibilità di cavalcare la linea dura e il revanscismo contro le toghe, ma teme che la premier si ritagli il ruolo da protagonista assoluta.
Dentro questo quadro, la scelta del portavoce assume un valore politico che va oltre la comunicazione. Un Chiocci a Chigi significherebbe lanciare un segnale forte al mondo dell’informazione e blindare la regia della campagna.
Si è parlato anche di altri profili: giornalisti vicini al governo, comunicatori esperti di campagne social, figure in grado di accompagnare la premier in un percorso che sarà lungo, accidentato e ad alta tensione, ma il direttore del Tg1, nella mente della premier, ha una marcia in più. Il parallelo con altre stagioni della politica non sfugge. Gridando a “Telemeloni” e a un vero e proprio “ministero della Propaganda”, le opposizioni denunciano il rischio di una comunicazione pervasiva, centrata più sulla costruzione del consenso che sul racconto dei fatti. Ma per Meloni il punto è esattamente questo: in un Paese che ha già visto referendum ribaltare scelte dei governi, l’unico modo per non soccombere è trasformare la campagna anche in una sfida di fiducia personale, stando bene attenti a non ripetere il peccato mortale di Matteo Renzi che ha legato all’esito di un referendum la propria permanenza al governo (anzi, a dirla tutta, nella politica tout- court).
Il calendario gioca un ruolo determinante. La tornata di fine mese nelle Marche, regione nelle mani di un fedelissimo meloniano, sarà il primo test. Da lì in poi, il referendum diventerà il campo di battaglia principale, passando per la a dir poco impegnativa impostazione della legge di bilancio. E Meloni vuole arrivarci con le armi affilate: un racconto univoco, una regia mediatica centralizzata, un volto amico che sappia tenere insieme tv, giornali e social.











