di Teresa Valiani
Il Manifesto, 25 luglio 2026
“La nuova norma sull’imputabilità dei minori? È un provvedimento che serve a mostrare la faccia feroce per motivi di propaganda, ma statisticamente e a livello pratico non cambia niente”. Il presidente del Tribunale per i minorenni di Genova, Domenico Pellegrini, ha trascorso le ultime due settimane visitando tutte le 14 comunità che in città ospitano i minori stranieri non accompagnati diventati obiettivi di raid organizzati. “Dopo le aggressioni avvenute nei mesi scorsi contro questi ragazzi, c’era bisogno di incontrarli, di parlare con loro, riagganciando i fili sempre più fragili con la società civile, per evitare che, reazione su reazione, si degenerasse ancora. Ma chissà cosa hanno pensato, poi, quei ragazzi vedendo in tv chi legittimava la vendetta privata in ogni caso”.
Presidente, cosa cambia nel vostro quotidiano con le nuove disposizioni sulla imputabilità di chi ha compiuto 14 anni?
La norma impatta su tutti i processi. Nei risultati non cambia nulla. Il giudice oggi accerta la capacità di intendere e di volere innanzitutto guardando alle modalità del fatto in relazione all’età dell’autore, senza alcuna necessità di accertamenti specialistici: in più è aiutato da due giudici specializzati che sono in grado di valutare il grado di maturazione di un ragazzo. Le Ctu (consulenze tecniche) si sono sempre fatte nei casi dubbi: quando il minore era appena quattordicenne o quando dagli atti emergevano già comportamenti devianti riconducibili a una immaturità dovuta all’età. Continueremo a valutare se il ragazzo era in grado di comprendere ciò che ha fatto: del resto ce lo dice la scienza che la maturità psichica è un processo biologico progressivo e soprattutto individuale: non si diventa capaci di intendere e volere da un giorno all’altro. Semmai ora il rischio è che la difesa, di fronte ad una presunzione che vincola il giudice, non voglia rischiare e chieda sempre la Ctu: col risultato che i processi rallenteranno.
Cosa pensa del nuovo provvedimento proposto dal governo?
Che siamo tornati al 1800 o quasi. Il codice Zanardelli, il primo codice penale dell’unità di Italia, del 1889, prevedeva che i minori fossero imputabili dall’età di 9 anni: però per i minori da 9 a 14 doveva risultare che avevano agito con discernimento. I minori da 14 a 18 anni invece erano ritenuti sempre imputabili a meno che non fossero in stato di infermità di mente. Il ministro della Giustizia Rocco, ministro del governo Mussolini, cambiò queste regole elevando l’età per l’imputabilità a 14 anni sostenendo che solo con il passaggio dall’infanzia all’adolescenza si comincia a vedere una maturazione fisica e psichica che può rendere imputabile il minore. Ma con una precisa avvertenza: da 14 a 18 anni spettava al giudice accertare l’esistenza delle condizioni di imputabilità, ossia quella che Rocco chiamava “normalità psichica” che è il presupposto necessario dell’imputabilità. Qui siamo tornati al 1800: il minorenne da 14 a 18 si presume sempre imputabile. Evidentemente per l’attuale legislatore il ministro Rocco, benché fascista, era troppo buonista.
“Chi sbaglia deve pagare sempre. Anche se ha 15 o 16 anni”, ha detto la premier. Quanto incide questa narrazione sulla gestione della giustizia minorile?
La punibilità dei minori è già prevista dal nostro codice. E i Tribunali per i minorenni non sono affatto buonisti: spesso danno pene più alte di quelle irrogate ai complici maggiorenni. Il problema è ideologico: i minori devono solo pagare? O si vuole tentare di recuperarli perché non diventino adulti delinquenti? Guardi, a rileggere il ministro Rocco viene molto da pensare. Nella sua relazione all’art. 98 cp. scriveva che la discrezionalità affidata al giudice nell’accertare la imputabilità del minore, la possibilità per il giudice di sospendere il processo o l’esecuzione della pena e di applicare in alcuni casi il perdono giudiziale erano soluzioni al gravissimo problema della delinquenza minorile che rientravano nel “programma del governo fascista, mirante alla salvezza fisica e morale dei giovani virgulti della stirpe, culminato nella creazione dell’Opera nazionale per la protezione della maternità e dell’infanzia”. Evidentemente Rocco aveva capito la semplice verità che per affrontare i problemi dei minorenni servivano risorse.
Quali sono gli strumenti che mancano realmente alla giustizia minorile?
Serve aumentare le comunità e le dotazioni delle comunità, in termini di educatori, psicologi, psichiatri, se si vuole veramente affrontare il disagio minorile. Serve un piano straordinario per le malattie psichiatriche dei minori che stanno diventando un vero problema. E serve un grande piano nazionale contro la dispersione scolastica e per rafforzare il ruolo delle scuole. Il resto è propaganda.










