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di Giuseppe Gargani

Il Dubbio, 19 novembre 2025

È appena iniziata una polemica aspra e incomprensibile sulla legge costituzionale che prevede la divisione delle carriere dei magistrati sottoposta al referendum della prossima primavera perché non spiega ai cittadini di che si tratta. Si è dato inizio anzi tempo a una campagna elettorale che usa argomenti strumentali che non hanno a che vedere con la legge. Il merito pur essendo complesso è facilmente comprensibile se viene spiegato nel suo vero significato, e dunque proviamo a precisare e a fare un’”operazione verità”.

Nel 1989 il legislatore ha deciso di cambiare le norme del codice di procedura penale preferendo il cosiddetto “rito accusatorio” a quello “inquisitorio” in vigore dall’epoca fascista. La stessa parola “accusatorio” mette in evidenza che il processo debba svolgersi tra chi accusa (il pm), chi difende (l’avvocato) e chi decide (il giudice). Tutti i giuristi a quell’epoca e in particolare il ministro della Giustizia Giuliano Vassalli ritenevano che il nuovo processo per poter funzionare aveva bisogno di una “distinzione” tra le parti in causa. Ma anche tanti partiti e gruppi politici erano convinti di dove modificare la Costituzione. Negli anni ‘ 80 e ‘ 90 la riforma era sollecitata dalla commissione Bicamerale e fu fatta propria dal Ppi erede della Dc che nel gennaio 1994 nel documento fondamentale del nuovo partito prevedeva la difesa dell’indipendenza, del ruolo del Csm e della divisione delle carriere. Nei primi anni questa mancata distinzione ha reso subito inadeguato e ibrido il processo anche perché profondamente modificato dalla Corte Costituzionale.

Nel 1989 il legislatore ha fatto un passo avanti e ha modificato l’art. 111 della Costituzione stabilendo che “ogni processo si svolge nel contraddittorio delle parti in condizioni di parità davanti al giudice terzo e imparziale”. Un passo avanti che poneva le premesse per una modifica dei “ruoli” (il “ruolo” è più elegante di “carriera” come certamente avrebbe detto Concetto Marchesi, che aveva perfezionato nel 1948 sul piano linguistico il testo della Costituzione) che sia pure tardivamente è stato stabilito dal Parlamento e per il quale è stato chiesto il referendum. I magistrati sanno più di tutti che questo è un principio sacrosanto del processo, è il cuore del sistema accusatorio, che se approvato dovrà cambiare le modalità e la struttura delle indagini e del dibattimento applicando finalmente e puntualmente le norme del codice di procedura penale.

I magistrati si ribellano in maniera così marcata a questa nuova norma?

Perché preferiscono sempre lo status quo, non avendo mai accettato nessuna legge che servisse a perfezionare le norme dell’ordinamento giudiziario, e perché hanno acuito il contrasto con il potere legislativo che è una caratteristica ormai costante da molti anni: Non c’è dubbio che da molti anni la prevalenza del giudiziario sul legislativo e sul sistema politico nel suo complesso è nei fatti e non è solo un fenomeno italiano come abbiamo spiegato mille volte. Ne risente l’equilibrio dei poteri stabilito della nostra Costituzione per cui l’” autonomia” che doveva tutelare l’indipendenza ha determinato una separatezza fuori dall’armonia istituzionale necessaria per la democrazia.

La magistratura ha assunto un ruolo diverso lungo questi anni e ritiene di non essere più “soggetta alla legge” ma di dirimere le questioni sociali esercitando una funzione etica per far vincere il bene sul male, quindi non ritiene di accertare le responsabilità individuali, ma di praticare un controllo di legalità generale: questa la vera patologia. Quindi non è più un “ordine” ma un “potere” che come tutti i poteri dovrebbe essere regolato senza intaccare l’indipendenza valore indispensabile per la garanzia della libertà e per la democrazia.

Sostengo da anni che l’”autonomia” ha avuto la prevalenza sull’”indipendenza”! Questo fenomeno è complesso e non può essere liquidato attribuendo alla magistratura una volontà di far politica per osteggiare il governo e il “potere” politico, anche se da molti anni il Parlamento approva leggi nelle quali anche per la loro imperfezione delegano al magistrato la soluzione di problemi. Questo lento percorso dura dagli anni ‘ 70 ma lo scontro tra la politica e la magistratura è ricorrente dall’epoca dei greci e dei romani come ci spiega con argomenti scientifici in maniera mirabile il professor Ortensio Zecchino in un suo prezioso libro dal titolo “Il perennne conflitto tra i signori del diritto”.

E per spiegare che non si tratta di un problema solo italiano basta citare una frase del libro di Robert H. Bork, professore di diritto Costituzionale alla Yale University il quale dice che “il giudice legislatore è una realtà. I rischi dello Stato di Diritto per la traslazione dell’autorità legislativa verso organismi non eletti dal popolo, dunque non rappresentativi e politicamente irresponsabili, oltre che non sottoposti a controlli istituzionali, incrina le fondamenta su cui sono basate le democrazie occidentali… e stanno portando alla graduale ma incessante sostituzione del governo dei rappresentanti eletti con quello dei giudici nominati”.

La lunga citazioni per dimostrare quanto è complesso il problema che naturalmente non può essere risolto con il rifiuto della giurisdizione come il governo mostra di fare. Queste valutazioni valgono a inquadrare le problematiche e il significato che il referendum può avere, perché la “separazione dei ruoli” dei magistrati è un timido inizio per affrontare il problema del rapporto e dell’equilibrio tra i poteri che è condizione per la democrazia. Il governo in maniera del tutto anomala ha dunque presentato la legge costituzionale e il Parlamento ha ratificato pedissequamente senza modificare una virgola, il che è un precedente non virtuoso, anzi pericoloso. Il Parlamento che dovrebbe essere protagonista nelle modifiche la Costituzione è stato spettatore inerte. Ma la stessa rigidità è stata messa in atto dai magistrati che non hanno accettato il confronto.

Dunque al referendum non si vota per un processo più spedito e più celere si vota per un processo più vero ed efficiente. E quindi non bisogna inventarsi diversivi per sollecitare populismi vari. Se il ministro della Giustizia Carlo Nordio, dice che questa riforma gioverebbe anche alla sinistra nel momento in cui andasse al governo, perché fa recuperare alla politica il primato costituzionale dà un significato politico a una modifica di sistema come abbiamo detto, che non rafforza il governo e se lo facesse sarebbe profondamente sbagliato.

D’altra parte sorprendono tante dichiarazioni di persone addette ai lavori e di assoluto livello come Gianrico Carofiglio che sostiene che “se venisse approvata, avremmo giudici e pubblici ministeri intimiditi e un sistema costituzionale sbilanciato a favore della peggiore politica. Molti processi non verrebbero più fatti, e per i cittadini sarebbe più difficile, ogni giorno, difendersi dalle prepotenze del potere”.

Dichiarazioni incredibili senza motivazione che in verità non valgono neppure come propaganda elettorale. È stato detto ancora in maniera sorprendente che c’è il rischio di indebolire lentamente il sistema unitario della democrazia, per cui sotto il controllo di legalità il cittadino resta senza protezione”?! C’è poi chi ritiene che il pm svolga le indagini a difesa della collettività. Una tesi superata che non risponde alle finalità del nuovo processo. Si invoca l’obbligo del rispetto della legge e la mitica cultura della giurisdizione che deve essere comune a tutti giudici, pm e avvocati! Ed ancora si teme che la riforma dia più potere al pm il che è molto difficile rispetto alla situazione attuale. La verità è che bisogna acquisire una diversa e nuova cultura che in verità non è stata acquisita da nessuna delle parti in causa e si è andati avanti per oltre trenta anni con la insoddisfazione di tutti che riconoscono che il processo non è trasparente, non risponde alle esigenze della giustizia.

Ma passiamo agli altri articoli della legge, per i quali il contrasto con la magistratura è ancora più forte. Nel modificare la normativa del Csm che prevede la votazione da parte dei magistrati per i suoi componenti, si è stabilito il “sorteggio” che come ho ripetuto più volte avvilisce e snatura il ruolo che il Consiglio ha nell’ambito della Costituzione. Una elezione determina pur sempre una rappresentanza anche se il mio amico Augusto Barbera ritiene che quel consiglio sia solo un organo di garanzia. Potrei dire, con un po’ di polemica, che, in questo caso serve ancor più il voto, perché un organo di garanzia è pur sempre rappresentativo delle volontà degli elettori che hanno un riferimento costante istituzionale appunto di organo di tutela.

Per un organo costituzionale il sorteggio è uno sgorbio che toglierà valore e significato all’istituto e questo nessuno può negarlo. Ma poi diciamo ancora: come si può immaginare che il semplice sorteggio elimini le correnti che accentueranno il loro valore negativo perché la stragrande maggioranza dei magistrati fa parte delle correnti e ognuno seguirà con più accanimento le pretese dei vertici. È una soluzione, negativa e quindi disarmonica; e se è vero questo, come è vero, perché il Pd e la stessa Associazione dei magistrati non hanno messo in difficoltà il governo e la maggioranza del Parlamento accettando la divisione dei ruoli e pretendendo la eliminazione del sorteggio?! Per ottemperare alla operazione verità dico che l’Associazione aveva il dovere di proteggere il Csm e sé stessa non stando arroccata su una questione che è fondamentale per il funzionamento del processo.

L’ultima osservazione sulla Alta Corte disciplinare che supera, si spera, la corporazione e rompa la “separatezza” anche se l’impossibilità per l’interessato di ricorrere alla Corte di Cassazione è un punto negativo. Queste le luci e le ombre con una spiegazione affrettata ma puntuale della legge: speriamo che almeno alla vigilia del referendum si rispetti l’elettore eliminando le strumentalizzazioni.