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di Federica Olivo

huffingtonpost.it, 31 maggio 2024

Il governo lancia Gio, gruppo di intervento operativo della Polizia penitenziaria, all’indomani delle tensioni al Beccaria di Milano. Le rivolte, più o meno pesanti, in carcere aumentano principalmente per colpa del sovraffollamento. E il governo trova la soluzione: un reparto speciale per sedare le rivolte medesime. È tutto qui il corto circuito che spiega la nascita del Gio, il gruppo di intervento operativo della Polizia penitenziaria, presentato ieri durante una conferenza stampa al ministero della Giustizia dal sottosegretario Andrea Delmastro e dai vertici del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Questo gruppo viene illustrato, per pura coincidenza temporale, all’indomani di una rivolta al Beccaria di Milano. Si tratta del carcere minorile poche settimane fa è stato protagonista di una maxi inchiesta per tortura nei confronti di alcuni agenti penitenziari. “Non ne conosco le motivazioni più profonde perché le stiamo ancora analizzando, ma è pur vero che appena uomini e donne della polizia penitenziaria hanno indossato il casco la rivolta è cessata: questo vuol dire che lo Stato è più forte dell’anti-Stato e che in ogni caso si è scongiurato che potesse accadere di peggio”, ha dichiarato Delmastro.

La nascita di questo reparto, ha spiegato Lina Di Domenico, vicecapo del Dap, è dovuta anche al fatto che “le criticità in carcere, che non necessariamente diventano rivolte, sono aumentate”. Ma perché questo aumento di disordini? Il governo se lo è chiesto. E la risposta, che viene data ad HuffPost da Delmastro, è un’ammissione: “Le ragioni sono tante, lo so che la principale sia il sovraffollamento, ma non è colpa mia se quando sono arrivato ho trovato bloccati 155 milioni per l’edilizia penitenziaria”.

Dunque, l’esecutivo è perfettamente consapevole del fatto che le carceri scoppiano (anche) perché i detenuti presenti sono troppi - tanto per citare dei dati al 30 aprile i reclusi erano 61.297, diecimila in più della capienza regolamentare - e che questo sovraffollamento può portare a disperazione e disordini. Ma come pensa di risolverlo? Con un nucleo speciale, mutuato dall’esperienza francese, per sedare le rivolte, e con l’annuncio di nuove carceri: “Ho sbloccato i fondi - annuncia trionfante Delmastro - per la costruzione di nuove strutture che porteranno a un’aggiunta di 7mila posti”. Nessun riferimento alle misure alternative, dunque, nessun cenno al fatto che migliaia detenuti sono in attesa di giudizio o reclusi per reati minori.

Il sovraffollamento, peraltro, viene associato sempre alle carceri per adulti, ma le politiche del governo sono riuscite nella mirabolante impresa di riempire oltre la capienza anche le carceri minorili: ad oggi i giovanissimi reclusi sono più di 500, numeri che non si vedevano dal 2009, perché l’indirizzo negli ultimi anni era quello di trovare una soluzione alternativa per i minori autori di reato. Soluzioni che, tendenzialmente, funzionavano. Ma, per l’esecutivo, evidentemente la galera resta la punizione più utile per chi ha commesso un reato. Giovanissimo o adulto che sia.

Qualcosa si è mosso sul fronte delle assunzioni degli educatori e dei dirigenti mancanti: “Abbiamo saturato la pianta dei funzionari giuridico pedagogico”, sottolinea il sottosegretario durante la conferenza stampa. A margine dell’evento Delmastro trova anche il tempo per una battuta sarcastica, ad alta voce, nei confronti di HuffPost e, implicitamente, della sensibilità di questo giornale nei confronti dei diritti dei detenuti: “Mi raccomando - ci ha detto - distruggetemi perché più parlate male di me, più io prendo voti”.

Il Gio, in ogni caso, sarà composto inizialmente da 150-200 persone, che a regime diventeranno 270. Saranno selezionate con un concorso interno. Nessuna assunzione aggiuntiva ci sarà per compensare le risorse che dalle carceri passeranno a questi reparti speciali. “Sono già ampiamente compensate dalle assunzioni di quest’anno”, sostiene Delmastro. Ma i conti, ci spiega Gennarino De Fazio della Uilpa, non tornano: “L’organico previsto per legge è di 43mila persone, ma il fabbisogno, calcolato anche dal Dap, è di 54mila. Al momento in servizio siamo meno di 36mila. E ogni anno vanno in pensione più agenti di quanti ne vengono assunti. Un esempio? Per il 2024 sono previste le assunzioni di 2004 agenti, mentre in pensione ne andranno 2500. Pensano di risolvere il problema riducendo i corsi di formazione, ma in questo modo entra in carcere gente impreparata”. Pur volendo fare una stima a ribasso attenendoci alla pianta stabilita dalla legge, gli uomini e le donne in divisa che mancano nelle carceri sono quasi 8mila.

Ma, operativamente, cosa dovranno fare questi agenti speciali? “Entrano in campo - ha spiegato il vice capo del Dap, Lina Di Domenico - quando la criticità viene ritenuta non fronteggiabile, dal direttore, con le risorse già presenti nel carcere”. Oltre alla struttura centrale ci saranno delle microcellule, i Gir, per ogni provveditorato, composte da 24 agenti.

L’esperienza è stata mutuata dall’Eris francese, un reparto speciale che in Francia “ha fatto ridurre gli eventi critici del 90%”: “Abbiamo appreso da quel modello e lo abbiamo migliorato”, evidenzia il capo del Dap, Giovanni Russo, che ha insistito affinché gli agenti del Gio fossero dotati di bodycam. Le immagini che saranno registrate - e che dovrebbero tutelare detenuti e agenti - finiranno direttamente su un database nazionale e non potranno essere manipolate. Dopo il concorso, ipotizzato per luglio, questi agenti speciali che saranno diretti da Linda De Maio, saranno formati. “Puntiamo a rendere il reparto operativo entro la fine dell’anno”, ha detto Delmastro. Nella formazione si punterà alla tenuta psicologica degli agenti, per evitare un uso eccessivo della violenza. “Al primo errore, chi sbaglia sarà fuori dal reparto”, evidenziano fonti del Dap. Sarà prevista, infine, la figura di un mediatore, che dovrà interloquire con i detenuti, per mettere fine ai disordini prima dell’irruzione degli agenti.

Per la direttrice del Gio il nuovo reparto “è una svolta epocale”. Per gli agenti comuni, che vivono la situazione delle carceri quotidianamente è “la tipica misura da campagna elettorale”. Che non servirà a riportare la legalità nelle carceri. Sempre che per legalità si intenda il rispetto dei diritti costituzionali dei detenuti e non qualcosa che somigli alla formula “più punizione, meno rieducazione”.