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di Alessandro Beretta

Corriere della Sera, 1 ottobre 2023

“I sopravviventi”, di Girolamo Grammatico (Einaudi). L’autore dedica l’esordio al mondo degli homeless, che conosce bene. Centonovanta ospiti e quattro operatori, a Roma vicino alla stazione Termini, in un centro accoglienza senza finestre sono il luogo in cui si muove l’io narrante de I sopravviventi, primo romanzo di Girolamo Grammatico, nel mondo dell’assistenza ai senza dimora negli anni Zero.

A loro è dedicato il titolo, perché “I senza dimora sono sopravviventi. Sopravvivono alla miseria. Non sono morti e non sono vivi”. Italiani, afghani, siriani, romeni, senegalesi, per dirne solo alcuni, senza più niente ed esclusi dalla società: “Perché è costume definire una persona per ciò che non possiede, la casa, e non per ciò che è”.

Girolamo ha lavorato 17 anni nel campo e ricostruisce tante vicende del suo primo periodo da operatore, arrivato da Trapani a Roma per frequentare Sociologia, con una formazione cristiana nell’Azione Cattolica e una famiglia complicata alle spalle. Un memoir in 24 capitoli dal passo narrativo personale e corale, per la capacità di osservazione, segnato nella Nota dell’autore da un’idea: “Questo è l’unico contributo che uno scrittore che parte dalla vita può portare: trasformare i fatti in storie”. Sono vicende spesso tragiche, dure per la realtà in cui sono immerse, come quella in apertura di libro in cui Condorelli muore per una crisi epilettica, mentre altre mostrano gli sforzi e la speranza degli operatori per dare dignità alle persone, dall’offrire un letto a chi non l’ha, a difficili ricongiungimenti familiari o far trovare un lavoro.

A indirizzare gli episodi, come argini di un fiume utili ad arricchire lo stile realistico del racconto, sono temi e immagini ricorrenti. La prima, concreta, è quella che definisce i ruoli: “Le chiavi erano l’amuleto. I senza dimora non hanno le chiavi di casa, le chiavi della macchina, le chiavi del loro destino, non hanno le chiavi di nulla. Gli operatori hanno le chiavi”. Un’altra, fondamentale, è la parabola evangelica del buon samaritano con una rilettura fisica della “misericordia”: “Il Nuovo Testamento usa il termine esplanchniste, che ha un significato preciso, materico, vivo. Il samaritano non provò compassione: gli si mossero le viscere dentro. Alla vista del dolore altrui, il nostro corpo reagisce e ci guida”. Infine, vi è il continuo ragionare sulla “dimora”, dall’aspetto pratico - gli immobili disabitati che potrebbero accogliere gli homeless - a quello psicologico, la casa come identità: “Senza oggetti nostri, scelti da noi o da qualcuno per noi, non abbiamo la creta per modellare il nostro io”. Non ci sono critiche dirette al sistema che crea l’esclusione, ma inviti a riplasmare il pensiero e la pratica: “Il nostro welfare vede solo pezzi, organi, fa fatica a vedere gli organismi”. Quindi, ogni servizio di inclusione sociale ha un suo linguaggio, ufficio e burocrazia: “Sei alcolista, schizofrenico, diabetico, zoppo, ex detenuto. E se sei più cose insieme è un guaio, nessuno riesce ad aiutarti”. Al contrario Grammatico, rischiando per primo di rompersi tra “i fallimenti di centinaia di sconosciuti”, illumina chi si trova ai margini restituendogli unità e umanità.