di Lisa Ginzburg
Avvenire, 14 marzo 2026
Il caso di Alaa Faraj, arrivato in Italia nel 2015 e condannato come scafista: nel libro “Perché ero un ragazzo” il racconto di viaggio, processo e carcere. Un “mostruoso ingranaggio”, ovvero una sequenza giudiziaria in modo pazzesco ingiusta e approssimativa, ha condotto alla condanna definitiva per Alaa Faraj e due suoi compagni. All’arrivo in Italia dalla Libia, nel 2015, i tre vennero condannati come scafisti, per favoreggiamento di immigrazione clandestina e omicidio plurimo (nella stiva del barcone, al momento dello sbarco a Catania, erano state trovate quarantanove persone morte per asfissia). Trent’anni di prigione, questa la sentenza definitiva convalidata nel 2021.
In carcere da undici anni, il giovane ragazzo libico sconta nient’altro che il suo sogno di costruire un futuro lontano dalla guerra (diventare calciatore di professione, dato che a Bengasi era una promessa del calcio; e diventare ingegnere, come suo padre). Nonostante la grazia data nello scorso dicembre dal Presidente Mattarella e lo sconto parziale della pena, la condanna rischia di tenerlo in carcere ancora molti anni. Una giovinezza incenerita al chiuso di una cella, senza aver fatto assolutamente nulla. Uno scandalo a cielo aperto: una vicenda giudiziaria clamorosa che è da tempo oggetto di - questa sì, giustissima - attenzione mediatica.
La storia, pazzesca, è ora un libro (Perché ero un ragazzo, con postfazione di Alessandra Sciurba, Sellerio, pagine 335, euro 17,00). Un lungo, commovente racconto, dalla prosa martellante come può essere nel ritmo di un’invettiva. Invettiva scagliata contro un Paese dalla giustizia ingiusta, un Paese che con una condanna senza basi, a questo giovane innocente ha rovinato per sempre la vita; un Paese a cui tuttavia, con una generosità d’animo straordinaria che solo una altrettanto immensa forza d’animo può dare, Alaa Faraj si mostra riconoscente.
Qui, in questa Italia guardata e ammirata solamente dai finestrini delle camionette di polizia su cui viene condotto all’ennesima udienza processuale, o trasferito una volta ancora in una prigione diversa dalla precedente, lui trova la forza. Di studiare. Di imparare “a camminare con i propri piedi e usare la propria testa”. Distrutto sia dal rimorso per la preoccupazione infinita cui ha condannato la sua famiglia amatissima, sia dalla lacerante nostalgia di loro, i suoi cari, ogni notte prima di addormentarsi Alaa fa un viaggio “virtuale” immaginando di visitare e salutare ognuno di loro. Le risorse della sua grande intelligenza e umanità lo sostengono.
Alaa è inventivo ma disciplinato, con compagni di prigione, professori e animatori, sorridente e presente: da tutti benvoluto. Via via più incredulo davanti a ogni riconferma della sentenza, sino a quella definitiva, lui mai perde la più luminosa delle sue molte virtù. Ha fiducia. Consapevole, a volte distrutto sotto il peso della immane ingiustizia di cui è vittima, continua a credere nella vita. A scommettere sulla vita.
Nel libro, il racconto a ritroso della sequenza drammatica del viaggio, dell’arrivo, dell’incarcerazione, dell’odissea di interrogatori, avvocati nulli e solo quando è troppo tardi più capaci, appelli, processi, ricorsi, sentenze ignominiose e poi accettate “come detenuto, mai e poi mai come criminale”, si alterna a lettere che Faraj scrive alla sua sodale, ispiratrice dell’idea stessa del libro, Alessandra Sciurba, docente di filosofia del diritto e animatrice di un laboratorio presso il carcere palermitano dell’Ucciardone (in quella occasione ha incontrato Alaa).
A questo schema alternato si aggiunge l’andamento del continuo muoversi avanti e indietro nel tempo: ricordi precisi del terribile viaggio per mare, altre immagini strazianti delle varie tappe del lungo percorso giudiziario. E il tempo presente: la cura di ogni giorno e ogni notte trascorsi in prigione, impegnando al meglio le proprie energie per onorare la vita. (Lo studio: concluso il ciclo scolastico secondario, ora Alaa Faraj in carcere si è iscritto all’Università).
Lo stile commuove nelle sue imperfezioni: l’italiano bene maneggiato ma scritto con errori, quello anche contribuisce a restituire l’immediatezza di questo memoir indimenticabile, di una intensità emotiva tanto quanto morale. Vorremmo abbracciare e ci affezioniamo ad Alaa Faraj, alla sua voce. A lui che dal carcere, la condanna a trent’anni di reclusione che gli grava sull’esistenza e gli martella nella testa, ha la tempra di scrivere: “Sono orgoglioso, perché qui dentro ho acquisito la mia libertà. Qui dentro ho conosciuto i diritti. Qui dentro tramite la mia storia ho conosciuto la giustizia. Sono orgoglioso anche del fatto di credere profondamente nella democrazia”.










