di Andrea Joly
La Stampa, 15 febbraio 2026
Nel quartiere a Nord di Torino tra chi fa due lavori per continuare l’Università e chi ha lasciato: “Nessuno mi ha mai detto che potevo farcela. Walid Sahraoui, 26 anni, è al secondo anno di magistrale in Ingegneria dell’Energia e delle Fonti Rinnovabili al Politecnico di Torino. Antonio Anguilano, 26 anni, si è fermato alla terza media e dal 2016 lavora al banco del mercato di piazza Foroni. Sono due figli di Barriera di Milano, periferia nord di Torino, quartiere tra i più poveri della città. Hanno due percorsi di vita diversi, opposti, con un comune denominatore esistenziale: “Vivere qui ti mette di fronte a tanti ostacoli, se vuoi studiare”.
E così pochi, come Walid, provano ad andare fino in fondo: “Faccio due lavori per pagarmi gli studi, tra i miei compagni di corso mi sento quasi a disagio: loro programmano quando andare a sciare, io quando riuscirò a dormire”. E tanti, come Antonio, si fermano: “La scuola abbandona chi non ce la fa e io mi sono lasciato abbandonare. Rimpianti? Sì. Ma a parte i miei genitori nessuno, a scuola, mi ha mai detto che avessi un futuro in Università”.
Il quartiere con più giovani - Barriera, dove vivono Walid e Antonio, è il simbolo di quelle periferie dove si concentra una quota elevata di famiglie a basso reddito, una forte presenza di studenti con background migratorio (il 36% dei residenti è di origine straniera) e risultati scolastici nettamente inferiori rispetto alle zone centrali. Il paradosso è che, rispetto al centro di Torino, i giovani sono molti di più: se la media nel capoluogo piemontese è di 100 ragazzi ogni 232 abitanti, qui si arriva a 100 ogni 142. Ma le possibilità economiche, e quindi le opportunità di iscriversi all’Università, sono meno. E i rapporti come quello Invalsi analizzato da Next Level, ente del terzo settore torinese che si occupa di progetti sull’inclusione giovanile, si concentrano su queste periferie. Perché è qui che, nelle grandi città, serve invertire la rotta per non sprofondare ai livelli più bassi di povertà educativa.
In Barriera, stando ai numeri, non solo si concentrano i valori più alti di abbandono scolastico, con ragazzi come Antonio che lasciano presto gli studi presto. Ma anche quelli della “dispersione implicita”: il 25% di chi riesce a finire le superiori non raggiunge le competenze minime di italiano, matematica, inglese. Uno studente di Barriera su tre è stato bocciato almeno una volta. Uno su quattro ha un percorso di studi pieno di lacune. Numeri abissali rispetto a quelli dei coetanei che vivono in centro a Torino, dove i ripetenti sono uno ogni dieci. E chi non raggiunge le competenze minime, una volta diplomato, è appena uno su 100.
Studiare, in Barriera, è una strada in salita. La Torino che studia è spaccata e la crepa vive qui, tra ex fabbriche in attesa di riqualificazione, negozi che chiudono, case popolari. In mezzo, più speranze che certezze. Più sogni che scuola. Anche a livello di strutture: in zona sono tanti gli istituti tecnici e i professionali, pochi i licei. Nessun classico: per studiare greco, serve andare in centro.
Le richieste delle scuole - Le scuole primarie, a Torino Nord, ci sono. Ma il divario delle competenze nasce da lì. Da un’istruzione che non può stare al passo dei programmi nazionali: “Alle nostre classi non basta la didattica normale”, denuncia Luca Bollero, dirigente dell’istituto comprensivo Gabelli. Nella sua scuola la percentuale di studenti di origine straniera è pari al 77,9: “Per fare lezione servono attività dedicate e più personale formato. Per parlare con le famiglie c’è bisogno di competenze specifiche, di una mediazione culturale, che non possono fare solo i docenti e la segreteria”.
Ci sono le barriere linguistiche degli alunni “Nai” - neo arrivati in Italia - da affrontare. Ci sono i problemi socio-economici delle famiglie da superare: in tanti non possono permettersi quaderni, matite, mensa, gite. E tutto pesa sui futuri livelli di istruzione. Per questo alla Gabelli, come in altri sei istituti di periferia, Next Land promuove progetti di orientamento e formazione di competenze Stem. Ma serve anche altro: “Un supporto strutturale da parte delle istituzioni - chiede Santi La Rosa, dirigente dell’istituto comprensivo Regio Parco - con progetti come il doposcuola spalmati su più anni”.
Serve una rete a supporto delle scuole in periferia. Il Comune di Torino ci sta provando. L’assessora alle Politiche Educative Carlotta Salerno spiega: “Abbiamo lanciato il “Patto per la scuola”, iniziative che portano negli istituti in periferia i servizi sociali per le famiglie e laboratori didattici per le classi. E su Torino Nord abbiamo investito 2 milioni di euro per attività di protagonismo giovanile: è il nostro piano Marshall per i giovani”.
I giovani di Barriera aspettano. Ai giardini Saragat un gruppo di ragazzi gioca a calcio. Rayan è al secondo anno all’Istituto professionale Birago. Ha la maglia del Marocco, calcia verso una porta fatta con due felpe per terra. “Da grande voglio fare l’artigiano”. Adam va in prima: “Io l’informatico”. Nessuno parla di Università. Walid Sahraoui, lo studente di Ingegneria, quando manda la sua foto con la corona d’alloro in testa scattata dopo la triennale spiega perché: “Vivere a Barriera fa quasi sentire inferiori. Per studiare serve fare il triplo degli sforzi. Quando mi sono laureato i miei amici erano più felici di me: chi ce la fa, è motivo di orgoglio per tutti”.










