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di Massimo Giannini

La Stampa, 28 agosto 2022

Fateci caso: siamo ormai a ventotto giorni dal voto, e in questa mediocre campagna elettorale, in modo doloroso e quasi scandaloso, manca la vita. La vita quotidiana. La politica parla di temi generali, buttati nel tritacarne mediatico senza un pensiero. Non parla di persone. Non parla alle persone, quelle in carne ed ossa.

Dal discorso pubblico manca il Paese Italia, più che la nazione italiana. Manca una riflessione vera sui bisogni, sulle cose minute, i comportamenti, i caratteri, i tic, le consuetudini della nostra società. Manca la conoscenza e soprattutto l’esperienza delle condizioni materiali in cui vivono le donne e gli uomini, i vecchi e i giovani. Molto più che l’analisi dei sondaggi, utili solo a costruire a tavolino proiezioni pseudo-ideologiche in un tempo in cui si celebra la morte delle ideologie. Mi scuserete se torno a Gramsci: i politici contemporanei ignorano la “folla”, in quanto è composta di singoli, non in quanto è popolo, idolo delle democrazie. “Amano l’idolo, fanno soffrire il singolo individuo… Non sanno rappresentarsi il dolore degli altri”.

Ora i partiti hanno scoperto l’emergenza del gas e il suo impatto sui bilanci delle famiglie e delle imprese, che ora è pesante e in autunno sarà devastante. Benvenuti nel mondo reale. Sarebbe stato un delitto chiudere gli occhi persino di fronte a un caro bollette del 340 per cento in un anno, e a un milione di nuclei familiari che rischiano di diventare morosi “per necessità”. Certo, poi ci tocca pure ascoltare le giaculatorie pelose di qualche reprobo che, dopo averlo affossato con un voto di non-fiducia, adesso corre a pregare in ginocchio San Mario Draghi perché faccia subito il miracolo, tirando fuori un’altra trentina di miliardi di aiuti naturalmente in deficit.

Ma questo fa parte della cinica ipocrisia di chi spera di vincere le elezioni del 25 settembre senza dover pagare dazio alla crisi energetica, e per questo pretende dal premier uscente che sia proprio lui a fare il lavoro sporco prima di accomodarsi alla porta. A prescindere dal prezzo folle del gas e dal costo del ricatto criminale di Putin all’Europa, per il resto si ha la mesta sensazione che la politica pensi il Paese, ma che non lo senta. Il riflesso di questa distanza, come abbiamo visto sono le liste elettorali: candidature piovute dall’alto, senza alcun legame con i territori, con le realtà sociali e locali, con la cittadinanza. Nomenklature che ormai riproducono quasi solo se stesse. “Siamo partiti, è normale che sia così”, obiettano i più. Ma pensiamoci un momento. Cosa sono, oggi, le correnti? Nei grandi partiti di massa della Prima Repubblica, ovviamente, di correnti ce n’erano tante. Si chiamavano così perché nascevano, dal basso, come “correnti di pensiero”.

Nella vecchia Dc ci furono i dossettiani come Lazzati e La Pira, che incarnavano una concezione cristiana integrale della società. Iniziativa Democratica di Fanfani, che alla fine degli anni ‘50 premeva per un’apertura al Psi. I Dorotei di Rumor e Taviani, che in nome della Chiesa chiedevano l’opposto. Forze Nuove di Donat Cattin e Pastore, in cui si riconosceva il mondo del lavoro e il sindacato.

I Morotei che invocavano il compromesso storico e l’Alleanza Popolare di Gava, Piccoli e Forlani che voleva il ritorno al grande centro cattolico. Persino nel Pci, dove vigeva il centralismo democratico, c’erano i Miglioristi di Napolitano, Chiaromonte e Macaluso, più inclini alle istanze moderniste e filo-occidentali, e gli Ingraiani come Magri, Pintor e Rossanda, più vicini al movimento studentesco, al femminismo, all’ambientalismo. Ad ognuna di queste formazioni corrispondevano ispirazioni e aspirazioni differenti, anche se coerenti con il partito di appartenenza. Dov’è il “pensiero”, nelle correnti di oggi? Cosa rappresentano, sul piano ideale e culturale? Nulla. Sono solo incarichi, funzioni e quote di potere da spartire.

Ma lo specchio ancora più impietoso di questo abisso tra elettori ed eletti è l’inchiesta che il nostro giornale sta conducendo in alcuni luoghi-simbolo della Penisola. Dai bagni lussuosi del Twiga alle spiagge dolenti di Lampedusa, dai cantieri navali di Monfalcone alla grande ex fabbrica fordista di Mirafiori. Nella globalizzazione e nella frammentazione del nostro tempo liquido, è ormai chiaramente impossibile parlare di “classi sociali”.

Ne restano giusto frammenti, ormai quasi privi di coscienza e destino. Nella migliore delle ipotesi, viene fuori una società disincantata, stanca di grancasse e promesse, che non crede più a niente e non vota nessuno. Nella peggiore, emerge un’umanità tradita, che credeva nel riscatto e chiedeva protezione, e non avendola avuta oggi è pronta a votare “per disperazione”. Come scrive Giovanni Orsina: li hanno provati tutti, e tutti hanno fallito, a questo punto tanto vale che proviamo anche Meloni e vediamo come va.

In questo, bisogna ammetterlo, la destra ha un vantaggio sulla sinistra. Lo ha sempre avuto, nella Seconda Repubblica, a parte la parentesi felice dell’Ulivo di Prodi. È il vantaggio di chi parla al popolo condividendone non solo le virtù, ma anche i vizi, i difetti, le debolezze. Senza alcuna pretesa di elitismo pedagogico o di narcisismo etico. Anche stavolta, nel disordine mondiale causato dalla guerra e dalla pandemia, nell’esplosione delle marginalità e delle disuguaglianze, la destra sembra più capace di sfruttare a proprio vantaggio quella che Franco Cassano, in un saggio illuminante di qualche anno fa, ha definito “l’umiltà del male”.

Chi da progressista ha a cuore la prospettiva dell’emancipazione deve imparare a fare i conti con la fragilità che caratterizza l’essere umano, non limitarsi a guardarla dall’alto. Chi, come il Grande Inquisitore, si sente sempre mosso da un sentimento di superiorità morale, finisce per lasciare la debolezza degli uomini nelle mani del nemico. Il messaggio onirico e proto-populista di Berlusconi, dal ‘94 in poi, fu semplice: io sono un miliardario, ma se mi seguite, costituzionalizzando i miei difetti che sono anche i vostri, l’evasione fiscale e la torsione delle regole, la bella vita e le belle donne, voi potete diventare come me.

Il messaggio di Salvini, tra il 2013 e il 2019, fu ancora più esplicito, a partire dalle felpe, la cioccolata sui social e i rosari nei comizi, fino ad arrivare al ballo sfrenato del Papeete tra cubiste e mojito: io sono come voi, faccio le stesse cose, ho le stesse paure (e ve le curerò con altrettante paure). Quella di Meloni, adesso, chiude il cerchio: la canzone “Coatto antico” dei giovani universitari fascisti e il romanesco della Garbatella, il “look like Prada” nei negozi a buon mercato e persino la foto con la mamma “obesa”, che a qualcuno fa storcere il naso ma che a noi consegna un messaggio ancora più definitivo: io sono una di voi. Sono una donna del popolo, come la mia famiglia, non me ne vergogno ma ne sono orgogliosa.

È populista? Non c’è alcun dubbio. Ma è anche popolana, e dunque popolare. Per di più è donna, la prima donna nella Storia d’Italia che può diventare premier. E come si chiede Concita De Gregorio, “perché proprio la destra maschilista e misogina esprime l’unica candidata con potenziale di successo?”

Probabilmente è troppo tardi per invertire le tendenze elettorali. E questa destra che si pretende “di governo” preoccupa, per le derive nostalgiche e a-costituzionali, per la politica estera ambigua, per l’antieuropeismo di fondo delle scelte degli ultimi tre anni, per le incognite della sgangherata dottrina economica, per la visione orbaniana del “conservatorismo” che dichiara di voler perseguire. Ma la sinistra qualche domanda deve pur farsela. La sinistra che ha smesso di frequentare i luoghi del disagio, che non parla più ai giovani, e che lascia che a farlo sia un ex banchiere centrale dal palco ciellino di Rimini. La sinistra che non può farcela solo agitando l’Agenda Draghi e sventolando le bandiere identitarie dei diritti civili.

La sinistra che giustamente ragiona di complessità e competenza, ma che troppo spesso finisce per rivolgersi solo alla “massa colta”. La sinistra inclusiva e identitaria che, come scrive Walter Siti sul “Domani”, ha rimosso i rapporti di forza. La sinistra che, tra decostruzionismo e tutela di tutte le minoranze, ha finito per lasciare alla destra un tema formidabile come la “tradizione”.

Meloni e Salvini e Berlusconi la declinano nel modo peggiore. Ma di certi temi di fondo bisognerà pure discutere, come scrive Siti, senza demonizzare che cosa fa di una famiglia una famiglia, chi è uomo e chi è donna secondo la società, che rapporto ci deve essere tra sfruttati e sfruttatori, per che cosa vale la pena di disubbidire alle leggi, come si affronta la crisi demografica, quali sono i vantaggi e gli svantaggi del ‘melting pot’, che significato ha l’atlantismo nei nuovi equilibri geo-politici.

Domande di vitale importanza, appunto, per le persone in carne ed ossa. E non per colpa di Enrico Letta, che per serietà onestà e credibilità è davvero il meglio che il Pd può offrire, ma ormai non c’è più tempo per le risposte. Dobbiamo scegliere tra pancetta e guanciale.