di Susanna Paparatti
L’Osservatore Romano, 10 agosto 2022
Le iniziative dell’associazione Papa Giovanni XXIII. Già dal 2013 l’associazione aveva partecipato ad uno specifico progetto nazionale intitolato “Donne prole” nel quale 28 detenute, più i loro figli, erano state inserite in dieci comunità ospitanti dislocate in sei regioni italiane (Campania, Emilia-Romagna, Lombardia, Sardegna, Toscana, Veneto), così come è stata da tempo collaudata l’accoglienza di mamme tossicodipendenti con figli, e pendenze giudiziarie, in esperienze di inclusione all’interno di comunità terapeutiche.
Oggi più che mai, anche dopo l’approvazione a fine maggio, ma solo alla Camera dei deputati, della proposta di legge volta ad ampliare la tutela dei figli minori di genitori soggetti a misure cautelari, l’associazione Papa Giovanni XXIII, nelle more del legislatore, continua ad offrire una misura alternativa a mamme e bimbi, mettendo a disposizione un “luogo di cura, assistenza o accoglienza” (articolo 47 ter e quinquies, Ordinamento penitenziario).
Una fitta e proficua collaborazione con gli istituti penitenziari e il ministero della Giustizia ha consentito negli ultimi dieci mesi l’uscita in misura alternativa di tre mamme e cinque bambini che hanno trovato posto nelle case della Comunità, mentre si lavora per ulteriori analoghe situazioni. La necessità di tutelate il minore è finalmente al primo posto, dal momento che sono tangibili e gravi i danni provocati a seguito della loro permanenza in carcere: con spazi ridotti, dinamiche non consone alla loro età e carenze, come solo il poter frequentare un asilo o giocare con i coetanei.
Senza eccezione alcuna è stato rilevato che la detenzione ha prodotto diversi traumi come disturbi psicomotori, del linguaggio e comportamentali: “Non è la prima volta che accolgo mamme detenute con i loro figli - spiega Natascia Mazzonis, della Comunità Papa Giovanni XXXI, responsabile a Cuneo della Casa accoglienza per nuclei familiari rom - attualmente c’è una mamma arrivata dall’Istituto a custodia attenuata per detenute madri (Icaro) di Torino, che ha ancora circa un anno e mezzo da scontare.
Con lei ci sono due bambine di sei e otto anni. Una storia complicata e travagliata, con più importanti periodi di carcere che hanno segnato particolarmente la grande, ansiosa, preoccupata che la mamma stia bene e nessuno la venga a portar via”. Fra gli scopi principali di queste alternative realtà abitative, oltre alla salvaguardia del minore, c’è anche l’esigenza di garantire a queste persone con disagio relazionale di vivere in ambienti rigenerativi e riparativi, dove si è inquadrati in un “organigramma” quotidiano, che assicura compiti e spazi personali nei quali tessere nuove ipotesi di vita prima di rientrare “all’esterno”, nel mondo che ci si è lasciati alle spalle una volta commessi i reati ed entrati in carcere.
Nella casa convive un altro nucleo rom, accolto per motivi diversi dal finire di scontare una pena: “Non è sempre semplice relazionarsi con i rom, hanno comportamenti e mentalità particolari, alcune volte vivono di pregiudizi, così come noi con loro - prosegue Natascia Mazzonis - ma capiscono che è importante seguire alcune regole, inserirsi in un contesto diverso da quello che ha condotto queste donne in carcere. Per loro stesse e per i bambini. Ogni giorno trascorro con loro alcune ore”. E dunque determinante che, per riacquistare una normalità sociale, siano messe in condizione di avere un impiego: la mamma che deve terminare la detenzione lavora facendo pulizie in strutture dell’associazione, l’altra in un ristorante. Questa struttura è parte di un progetto sperimentale in Italia volto all’accoglienza di nuclei rom, l’unico dell’associazione Papa Giovanni XXIII.










