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di Alessandro De Angelis

La Stampa, 4 febbraio 2026

La storia è semplice: gli episodi - diciamolo: eversivi - di Torino hanno offerto alla destra un assist senza precedenti per un giro di vite senza precedenti, accompagnato da un racconto assolutamente prevedibile. E questo accade proprio mentre Giorgia Meloni era in un momento di difficoltà. Non solo sull’Ice e su Niscemi, ma proprio sulla sicurezza, tema cruciale per la destra: studenti accoltellati nelle scuole, baby gang che sparano e aumento della violenza nelle strade. Invece di procurare, alla destra, una crisi di identità, i fatti di Torino diventano un elemento di rilancio. Questo ci racconta la sequenza (e il crescendo) degli ultimi giorni. Eccola: le prime dichiarazioni di Giorgia Meloni su magistrati - pensando al referendum - e sinistra che “coccola” gli estremisti, tese a cavalcare lo sdegno.

L’annuncio di una stretta con l’ennesimo pacchetto sicurezza, riproposto e inasprito rispetto a quello impantanatosi due settimane fa. La “finta” di una mozione unitaria: se la vuoi fare veramente, non può essere un “prendere o lasciare” su norme già stabilite, ma, così posta, serve a dire “se non la votate state coi violenti”. L’intervento di Matteo Piantedosi in Aula, molto duro e molto politico, tutto teso a schiacciare la sinistra sulla “complicità” con gli estremisti. Da ultimo, la forzatura di metterlo al voto oggi, sempre per alimentare il racconto “chi si sottrae, sta con l’eversione”.

Come evidente, è una narrazione che fa di tutt’erba un fascio e si nutre di provvedimenti bandiera, ove quel che conta è il messaggio trasmesso (la faccia feroce) più che l’efficacia, al punto che ancora non è chiaro quali norme siano applicabili in termini di costituzionalità. E tuttavia tutto questo tentativo è reso possibile perché di sicurezza, sostanzialmente, la sinistra finora non si è occupata. E davanti all’offensiva securitaria appare disarmata. A fronte di chi propone l’illusione della sicurezza offrendo un po’ meno libertà - dalle cauzioni sulle manifestazioni all’Albania - manca del tutto la sfida di chi quel problema lo riconosce e lo declina coniugando il bisogno di sicurezza con libertà e diritti.

Si denuncia cioè la strumentalizzazione, ma non ci si misura col “senso comune”. Torino è il caso di scuola di questo approccio. Intonare la cantilena, anche un po’ consolatoria, secondo cui pochi violenti - centri sociali in questo caso, pro Pal in altri casi - non possono cancellare il valore di un corteo pacifico significa essere estranei proprio a quel senso comune, fatto di paura e sgomento di larga parte dei cittadini.

Il tema non è la condanna successiva, ma il fare i conti, a monte, con quei mondi dell’indulgenza, evocati dalla procuratrice di Torino Lucia Musti, e con quei pezzi di sinistra radicale che flirtano coi centri sociali. Per Enrico Berlinguer i terroristi non erano “compagni che sbagliano”, ma nemici della Repubblica, e su questo il Pci ingaggiò una discussione vera, al suo interno, e una battaglia politica dura all’esterno. Nella consapevolezza, su cui tenere e conquistare le masse popolari, che l’estremismo chiama sempre la reazione. È l’opposto della logica del “tanto peggio per gli altri, tanto meglio per noi” secondo cui più si radicalizza lo scontro meglio è. Qui non c’entrano le “mediazioni” dentro una coalizione, ma il senso profondo della partita in atto.