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di Piero Di Domenicantonio

L’Osservatore Romano, 3 maggio 2026

Siamo a maggio. Sono tornati i fiori e i profumi della primavera. Giardini e strade riprendono a essere luoghi di svago per bambini e anziani e tante persone si prendono cura del proprio corpo passeggiando e correndo. Anche gli animali hanno maggiori possibilità di trascorrere la giornata all’aperto. Insomma, la società segue il ritmo delle stagioni e già si proietta verso il tempo delle vacanze estive. In ogni città vi è però un luogo aperto tutto l’anno dove non cambia mai nulla. Non si avverte il passaggio da una stagione all’altra e lo scorrere del tempo è affidato all’inventiva personale o di qualche compagno di detenzione. Questo luogo si chiama carcere, una città nella città dove, però, le regole - a partire da quelle che dovrebbero impedire il sovraffollamento delle celle - non vengono rispettate e si fa fatica a impiegare il tempo nel lavoro, nello studio e nella condivisione.

In tutti i penitenziari ci sono alcuni spazi che potrebbero rappresentare una vera boccata d’ossigeno, ma sono quasi sempre trascurati, senza manutenzione. È desolante constatare come lo Stato non si prenda cura dei propri investimenti. La promozione di attività culturali o motorie non è una priorità e viene lasciata all’iniziativa di associazioni, fondazioni e cappellanie. La partecipazione dipende dalla volontà del singolo e questo, anziché essere un incentivo, finisce per favorire disinteresse e il fai-da-te.

Fuori dalla cella, il detenuto dispone di altri spazi, come la sala per la socialità dove, di solito, si “rifugiano” i fumatori. Questo ambiente potrebbe essere dotato di tavoli, sedie o attrezzature per il gioco, ma in realtà nessuno se ne cura. Lo spazio più ampio è il cosiddetto “cortile per l’aria”: una distesa di cemento sconnesso circondato da alte pareti. In cortile il detenuto può passeggiare, dialogare o svolgere esercizi fisici, ma solo per due o quattro ore al giorno sulla base di un calendario prestabilito. In molte carceri sono state costruite palestre di buone dimensioni, ma spesso senza attrezzature adeguate. Anche in questo caso, lo Stato è assente e se viene organizzata qualche attività è solo grazie ai finanziamenti di enti di promozione sportiva come federazioni, il Coni e “Sport e Salute”.

L’ordinamento penitenziario prevede anche la presenza in carcere di una biblioteca. Un’intuizione positiva, ma solo sulla carta, sei poi mancano le mancano risorse per l’acquisto dei libri. Anche in questo caso sono associazioni culturali, librai e volontari a rendere questi spazi vivi, organizzando presentazioni, incontri con autori o semplicemente offrendo la possibilità di leggere.

Ed è sempre grazie ai volontari che in circa settanta carceri si pubblicano riviste scritte da detenuti con il supporto di giornalisti esterni. Di recente, questa attività editoriale ha suscitato attenzione critica da parte del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, che ha richiamato alla necessità di evitare contenuti che possano essere ritenuti lesivi dell’immagine del carcere.

L’Ordine dei Giornalisti è intervenuto, ma la questione resta aperta. Negli ultimi mesi, inoltre, tutte le iniziative da svolgere all’interno del carcere devono ottenere non solo l’autorizzazione del direttore, ma anche quella del Dipartimento, con un evidente allungamento dei tempi e un approccio che non favorisce la presenza della comunità civile.