di Paolo Crepet
La Stampa, 18 luglio 2022
Centro storico di Napoli, una settimana fa. Notte torrida, dalla pietra scura dei vicoli affiora il peggio del giorno. Tutto sembra amplificato, corrotto dall’afa. I rumori, il sudore, l’immondizia. L’ora è tarda, ma in casa è peggio.
La gente chiacchiera, si ristora, guarda seduta su sedie da bar la prospettiva di porte, balconi, lampioni: tutto risuona di voci, risate, richiami, clacson di motorini. Poi, improvviso, un urlo perfora il buio e fa trasalire. Non è stato sparo, eppure s’intuisce il dramma. Subito altre grida a catena, infine la sirena di un’ambulanza fa destare anche chi era riuscito ad assopirsi.
Un corpo steso a terra, una donna, forse. Non è malavita, nemmeno resa di conti tra vecchi amanti. In molti si avvicinano, è una bambina. Ha 12 anni, è stata colpita da una coltellata in pieno volto dal suo “fidanzato” di 16. Portata in ospedale, non morirà, ma rimarrà sfregiata probabilmente a vita. Così racconta la cronaca di una notte troppo calda diventata tragedia, ma non di questa vorrei parlare. Non dei particolari, non delle responsabilità, compiti di giornalisti e giudici. Penso ai 12 anni. A chi dovrebbe essere bambina e non lo è più.
Non c’entra Napoli, accade ovunque. Bambini scomparsi, solo neonati subito adolescenti. Età evolutiva evaporata nella fretta di crescere, di farli crescere. Molti pensano che occorra anticipare tutto, maturità e libertà, e cancellare il resto, la bellezza dello stupore, l’ingenuità di sguardi innocenti. Qualcuno ha ucciso la purezza per far spazio alla precocità che non significa rispetto, ma furto di sogni.
Sembra che i bambini non possano più giocare, non abbiano tempo per la spensieratezza, ma debbano correre, amare e fare sesso da adolescenti vissuti, bere e drogarsi come chi ha qualche anno in più. In una discoteca o in un bar notturno si ritrovano bambini e bambine cresciuti chimicamente. Genitori accompagnano tredicenni a mezzanotte e li/le lasciano davanti ai locali “giusti” con un po’ di denaro perché possano ubriacarsi per tutta la notte.
Genitori incapaci e pavidi che non riescono a dire di no nemmeno di fronte al pericolo più ovvio e scontato. Piccoli Buddha dopati, adulti ridotti a pusher. In tanti anni di lavoro ho visto crescere entrambi con sconcerto. Ho sempre cercato di contrastare quel trionfo dell’omologazione al nulla, l’orrenda normalizzazione della crescita, ovvero la sua uccisione.
Anni fa a Genova ho insegnato ai bambini e alle bambine delle elementari la lentezza, la necessità di perdere tempo, un’esperienza fantastica: finalmente potevano essere ciò che volevano e non fare vite da manager con l’agenda fitta tra scuola, ginnastica, piscina, playstation, festicciole alcoliche. A loro piacque tanto, a genitori e insegnanti molto meno.
Una ragione c’è se si sceglie questa decadenza che porta un’esistenza più lunga ad essere più povera d’emozioni. Si chiama marketing, la possibilità di poter vendere tutto a più gente possibile, poco importa se si deve sacrificare l’età più bella, fondamentale che diventino precoci acquirenti di ciò che ha già imbrogliato gli adulti. Eppure ci sono padri e madri che riescono a essere orgogliosi di una Lolita o di un bullo.
Anche tra gli adulti sta crescendo la rassegnazione. Perfino quella coltellata in pieno volto sarà scordata per un altro caso di cronaca di “piccoli cuori violenti”. “È così che va il mondo” mi sento ripetere, come se una comunità che si rifiuta di educare a desideri e passioni possa pretendere di disegnare un futuro che non sia tragico. Forse l’infanzia era già ferita a morte e quella coltellata alla nostra indifferenza è stata soltanto la più recente, non l’ultima.










