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di Vincenzo R. Spagnolo

Avvenire, 21 luglio 2024

Cristina Ornano, presidente del Tribunale di sorveglianza a Cagliari, dà voce allo sconforto delle toghe dopo il provvedimento di Nordío: “Non riduce il sovraffollamento, rischia di aggravarlo. Sulla liberazione anticipata pendono 200mila procedimenti e noi siamo 230”. “Il personale amministrativo ha scoperture medie del 50%. Introdurre, nei calcoli sulla detenzione, il ‘fine pena virtuale’ può allungare i tempi. E lo scoramento dei reclusi potrebbe accrescere le tensioni che alimentano le violenze”.

Le attese erano alte, perciò la delusione prodotta dal decreto legge del Governo sulle carceri è ancora più bruciante”. In magistratura da11993, dopo esser stata giudice civile e aver ricoperto tutte le funzioni nel settore penale, da due anni Maria Cristina Ornano è la presidente del Tribunale di Sorveglianza di Cagliari. E i faldoni sulla sua scrivania le confermano ogni giorno quanto siano necessari interventi per migliorare la situazione nei penitenziari italiani. Nei giorni scorsi, è stata ascoltata in Senato dalla Commissione Giustizia. E ora ragiona con Avvenire delle implicazioni legate al pacchetto di norme varate dall’esecutivo.

“Una delusione bruciante”, lei dice, presidente Ornano. Per quali ragioni?

A fronte di 58 detenuti suicidi nella prima metà dell’anno, di carceri al collasso in cui sono ristretti 61.480 detenuti, a fronte dei numeri elevatissimi e crescenti di reclusi affetti da tossicodipendenza e da gravi patologie psichiatriche, era legittimo attendersi dal Governo un intervento certo non risolutore, ma tale da dare almeno qualche, efficace, risposta al grave disagio nel quale stanno vivendo le persone detenute.

E invece?

E invece non è avvenuto. Se pensiamo che inizialmente era stato annunciato come “svuota-carceri” e poi più modestamente lanciato come “Carcere sicuro”. Ora, a mio parere, l’unica cosa sicura è che il decreto non servirà a ridurre il sovraffollamento carcerario. Anzi, rischia di aggravarlo.

Addirittura. E perché?

Intanto, perché non semplifica, ma complica proprio la procedura di accesso alla liberazione anticipata e, con essa, alle misure alternative e ai benefici penitenziari. E ciò mentre, paradossalmente, è in discussione in Parlamento la proposta Giachetti, che vorrebbe ampliare la portata del beneficio per alleggerire le presenze negli istituti.

Parliamo delle misure varate. In concreto, nel decreto legge, cosa non la convince?

Ad esempio, la modifica dei meccanismi per la liberazione anticipata. Faccio una premessa. Chi conosce il carcere sa bene che le persone detenute tengono moltissimo alla liberazione anticipata, perché consente una riduzione di 45 giorni ogni semestre di pena espiata, a condizione che si sia tenuto un comportamento corretto. Si consente al detenuto, calcolando i semestri trascorsi in carcere, di prospettarsi le detrazioni di pena di cui potrebbe fruire. Ciò contribuisce alla sua rieducazione, ma ha una ricaduta positiva anche sui nostri uffici, perché la progressiva e tempestiva maturazione delle liberazioni anticipate semplifica la loro gestione.

Allora perché cambiare, se il sistema funziona?

A onor del vero, anche adesso ha dei problemi. Ma non dovuti al meccanismo normativo, quanto al numero elevato di procedimenti pendenti - secondo stime ufficiose, oltre duecentomila - e ai tempi lunghi dell’istruttoria: talora il detenuto attende molti semestri prima di richiedere il beneficio, perché bisogna chiedere alle diverse carceri in cui è stato le informazioni necessarie, non disponibili informaticamente. In più, c’è il nodo della scarsità di magistrati di sorveglianza e di personale amministrativo: noi siamo poco più di 230; il personale ha scoperture medie del 40/50%. Ma nessuna risorsa è stata assegnata ai nostri uffici dal Pnrr, nonostante l’informatizzazione nel processo esecutivo e di sorveglianza sia all’anno zero. E il decreto, anziché stanziare risorse aggiuntive, cosa fa? Modifica radicalmente la procedura, gravando anzitutto le Procure dell’onere di indicare nell’ordine di esecuzione, accanto al fine pena reale, quello virtuale derivante dal totale degli sconti di pena che il detenuto avrebbe, ove gli fosse concesso il beneficio della riduzione anticipata. In più, pur prevedendo che la liberazione anticipata sia concessa di regola d’ufficio, il decreto la collega a determinati snodi processuali (istanza di misura alternativa o di altro beneficio e scarcerazione definitiva), e solo in modo residuale all’istanza di parte. Ciò potrebbe creare degli “imbuti”, dilatando i tempi delle istruttorie. Peraltro, faccio notare un aspetto per me sconcertante.

Quale?

Il governo ragiona come se il sistema informatico a disposizione delle procure, del magistrato e dei direttori degli istituti fosse in grado di darci in tempo reale atti disciplinari e relazioni comportamentali, di fornire dati, di tenere scadenze e fare calcoli sul fine pena virtuale. Non è così, oggi certi calcoli vengono fatti “a mano” dal singolo magistrato. E introdurre certe variabili significa allungare i tempi, non sveltirli.

E i detenuti? Per loro cosa accadrebbe?

Le ricadute della riforma su di loro mi preoccupano ancor di più. Soppiantare il calcolo per semestre con un altro “virtuale” legato a meccanismi più complicati, potrebbe produrre una profonda frustrazione, come nel caso di detenuti a pene pesanti, vent’anni o più. Il mio timore è che quei sentimenti di scoramento possano accrescere le tensioni che alimentano le violenze in carcere. Tensioni di cui a fare le spese sarebbe, oltre ai detenuti, il personale che ci lavora, a partire dalla Polizia penitenziaria.

E le altre norme del provvedimento? Dalla sua trincea quotidiana, come le valuta?

Non mi pare che la pretesa “umanizzazione della pena” possa avvenire con certe misure. Anche perché i loro effetti, se mai vi saranno, sono rinviati all’adozione di regolamenti di là da venire. Penso a l’aumento delle telefonate o all’assunzione di mille unità di personale di Polizia penitenziaria, che non vedremo in servizio prima del 2027/2028, e all’istituzione degli elenchi regionali delle strutture terapeutiche. La verità sa qual è? Noi magistrati di sorveglianza affrontiamo ogni santo giorno, prima ancora della carenza di strutture, molti altri problemi.

Potrebbe fare degli esempi?

Certo. La mancanza di servizi in carcere, come i Serd, o l’assenza di rete col territorio, che rendono difficili i programmi riabilitativi terapeutici individuali. In molte Regioni non ci sono le articolazioni di tutela della salute mentale, per la presa in carico di detenuti con gravi patologie psichiatriche che, perfino in fase acuta, devono essere gestiti nelle sezioni ordinarie. E pure la novità di strutture per l’accoglienza di soggetti indigenti avrebbe bisogno di finanziamenti adeguati per creare una solida rete socio-assistenziale. Ma di tutto ciò, nel decreto “carcere sicuro”, davvero non c’è assolutamente nulla.