sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Barbara Stefanelli

Corriere della Sera, 8 maggio 2026

I partigiani, alla fine della guerra, non volevano un piano di vendetta nazionale, ma un progetto di civiltà: comportarsi per sempre in modo opposto al fascismo, costruire qualcosa che avrebbe reso impossibili quelle violenze, le ingiustizie, tutte le violazioni della democrazia. Ogni anno, quando il 25 aprile si allontana portandosi dietro la polvere delle contestazioni di piazza e delle polemiche di palazzo, resta una domanda sospesa tra le schegge della memoria collettiva. Non perché sia scomoda - le domande scomode vengono raccolte volentieri se servono a colpire qualcuno “dall’altra parte” - ma perché questa in particolare ci dovrebbe interrogare tutti, in Italia, spingendoci a condividere una risposta.

La domanda è: che cosa significa essere antifascisti, oltre 80 anni dopo? Nelle stesse ore in cui a Milano si alzava un muro nel corteo contro l’ingresso della Brigata ebraica e a Roma un giovane in mimetica che si è poi richiamato a quella stessa Brigata sparava gommini a una coppia con al collo il fazzoletto dei partigiani, sul sito del Corriere della Sera Sandro Veronesi provava a delineare quella risposta per tutti. L’effetto, nel perimetro dell’homepage del nostro quotidiano, era dirompente. Al centro la cronaca in aggiornamento dalle manifestazioni infiammate, di lato lo scrittore con la sua pacata Lezione digitale - parte del ciclo nato da un’idea del vicedirettore Giampaolo Tucci - dedicata a Beppe Fenoglio. Veronesi legge un brano tratto dal romanzo Una questione privata, quello che vede il protagonista vagabondare solitario e imbattersi in un vecchio contadino. Che a un certo punto dice a Milton: “Bisogna andare a prenderli tutti, senza lasciarne scappare nessuno”. I fascisti, intende. Sarebbe “un peccato mortale” - rimarca - fermarsi a metà del lavoro, per un sentimento “di pietà” o “di nausea del loro sangue”.

Non successe questo in Italia. I partigiani vinsero, la Repubblica nacque, i fascisti non furono “presi tutti”. Veronesi lo ricorda chiudendo il breve video pensato per i maturandi. Non successe non perché mancassero il coraggio o le armi, anzi. Ma perché l’antifascismo non era un piano di vendetta nazionale, bensì un progetto di civiltà: comportarsi per sempre in modo opposto al fascismo, costruire qualcosa che avrebbe reso impossibili quelle violenze, le ingiustizie, tutte le violazioni della democrazia.

È una distinzione che sembra ovvia. E che all’inizio forse lo fu, ovvia, almeno molto più di quanto non sia ora. Lo ha ricordato Luciano Violante, l’ex presidente della Camera che - proprio trent’anni fa, il 9 maggio 1996 - chiamò la sinistra a compiere lo sforzo di capire i ragazzi e le ragazze di Salò: non per condividerne le scelte, bensì per riflettere su una direzione imboccata quando il destino era segnato. In un’intervista a Tommaso Labate, sul Corriere del 26 aprile, Violante sottolinea come “comprendere le ragioni dei vinti aveva segnato il primissimo Dopoguerra. Prima cioè che i decenni successivi facessero prevalere la scelta della contrapposizione feroce tra fascisti e antifascisti, determinata soprattutto dalle stragi fasciste”. Una “contrapposizione feroce” che va in scena a ogni anniversario: questo è diventato il 25 aprile. Il ricordo di quell’equilibrio grandioso - che repubblicani e monarchici, cattolici e non cattolici, comunisti, socialisti e liberali seppero trovare - finisce nell’imbuto stretto e avvelenato delle nostre risse. Come se il vero antifascismo fosse d’un tratto noioso, definitivamente fuori luogo e fuori tempo massimo in un’epoca di algoritmi da zuffa e di bolle esclusive, di fiotti di adrenalina e dopamina a inondare le giornate, di roghi e cuoricini sparsi.

Se “anti-fascismo” significa proteggere chi è più debole anche se non ti piace o tenere aperta la piazza anche a chi non la pensa come te, il rischio è che si riveli un vecchio arnese. Inutilizzabile, a meno che non venga martellato e mutato in parodia. E così ci ritroviamo con una destra istituzionale che ancora fatica a fare i conti con le proprie origini, che cede alla nostalgia dell’equidistanza come se la storia fosse questione di sentimenti privati e non di fatti pubblici accertati. E con una sinistra “militante”, come si definisce, che non aggiorna i conti con sé stessa, al punto da confondere l’impegno civile con il “tifo contro” e lo scatto ideale della Liberazione con il ristagno in un pacifismo distratto. Fino a cacciare la bandiera ucraina dai cortei, come se - dal febbraio 2022 a oggi, cioè da quattro anni e passa - gli ucraini non fossero protagonisti di una guerra di Resistenza. Il vero problema non è dunque il 25 aprile. È che cosa intendiamo per antifascismo nel 2026.