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di Suela M.

 

Ristretti Orizzonti, 9 aprile 2015

 

A proposito della chiusura della Sezione di Alta Sicurezza nella Casa di Reclusione di Padova.

"Mentre coloro che davano l'ordine di trasferire mio padre dormivano sonni tranquilli con i loro figli nelle rispettive camerette, io ero nei treni per viaggiare tutta la notte con chiunque si sedesse di fianco a me ed a mia mamma, ma nessuno si preoccupava del fatto che poteva accaderci di tutto, tanto io ero la figlia di un delinquente".

Ho più volte parlato dei vari trasferimenti di mio padre, è stato trasferito nelle città più lontane e impensabili rispetto a dove vivo io (Alessandria). É stato a Larino, Sulmona, Napoli, Cuneo, Vasto e altre città. Veniva gettato dove capitava, proprio come si getta un sasso nel mare, non preoccupandosi di dove cadrà. Io ero una bambina e mia mamma una giovane donna, che ad ogni lettera ci preoccupavamo di leggere l'indirizzo per la paura che fosse stato trasferito di nuovo, e ci sarebbe toccato allora andare più lontano, in un posto che non conoscevamo, ci toccava "abituarci" ad un nuovo carcere, a nuovi agenti, ad un nuovo trattamento che poteva facilmente essere peggiore. Era una tortura, tutto il processo in sé, e tutte le infinite volte che sono stata perquisita io, da agenti diversi.

Il procedimento, i passaggi per accedere ai colloqui e le sale dei colloqui non sono uguali in tutte le carceri. Una volta, ad esempio, in un carcere mi hanno fatto togliere la cintura e avevo 8 anni, mi sono sentita umiliata e ho domandato per quale ragione non potevo tenermi la cintura, sentendomi rispondere che "qui funziona cosi". In alcune carceri anche la sala colloqui si presentava diversa, con un muro divisorio, la sala trascurata, sporca, rovinata, mentre in altre ho scoperto l'esistenza dei tavolini.

Per mia mamma, quando mio papà veniva trasferito, era una tragedia, era preoccupatissima di come stava, come si sentisse e di cosa ne sarebbe stato di lui. Lui entrava in un carcere in cui non conosceva nessuno, dove avrebbe dovuto iniziare tutto da capo, veniva messo a dura prova per l'ennesima volta, non sapevamo come avrebbe reagito, stava male, lo vedevamo, anche se diceva che andava tutto bene.

Mentre coloro che davano l'ordine di trasferirlo dormivano sonni tranquilli con i loro figli nelle rispettive camerette, io ero nei treni per viaggiare tutta la notte con chiunque si sedesse di fianco a me ed a mia mamma, nessuno si preoccupava del fatto che poteva accaderci di tutto, questo non era un problema, tanto io ero la figlia di un delinquente, non importava. Occuparsi del carcere come lavoro non è facile, questo è un lavoro difficile, ma l'unico modo per riuscire a farlo bene è essere umani, pensare come ti sentiresti se capitasse a te, se i tuoi figli, tua moglie dovessero viaggiare al freddo, di notte, con la paura, correndo anche dei rischi.

Quando ho saputo della chiusura dell'Alta Sicurezza del carcere di Padova, mi è venuta l'ansia per i detenuti che verranno gettati chissà dove, chissà con chi, e per i loro figli e le loro mogli. Ma nessuno si preoccupa di loro? Ma nessuno vuole sapere qualcosa di un figlio che vedrà più raramente il padre, che lo vedrà soffrire ancora di più e che lui stesso soffrirà più di quanto già non faccia? Parliamo di figli che sono in una situazione ancora più difficile rispetto alla mia, in quanto loro non avranno mai loro padre a casa, non cresceranno con lui, ma la loro crescita, il racconto delle loro vite avverrà sempre all'interno di quelle mura, di quelle sale fredde. Penso che per chiunque sia già difficile questa situazione, perché rompere questo "equilibrio", distruggere quel loro piccolo mondo che si sono creati? A nessuno passa per la mente che trasferendo, facendo di queste persone ciò che si vuole, li portate anche a gesti estremi, dato l'elevato numero di suicidi nelle carceri?

Io ricordo tutte le carceri in cui è stato mio papà, ricordo i viaggi che facevo per andare a trovarlo e le sofferenze che provavamo. Ricordo che viaggiavamo tutta la notte, arrivavamo nelle stazioni circa alle 06.00/7.00 del mattino, con il buio e il freddo d'inverno, e appena scendevamo dal treno dovevamo allontanarci il prima possibile dal binario e uscire fuori perché era pericoloso stare li, e ancora oggi continuo a pensarlo e ogni volta che devo prendere il treno anche per andare a trovare parenti e amiche mi sento male, riaffiorano in me tutti i ricordi, la stanchezza di quei viaggi, e quanto ci costava, perché per andare a trovare mio papà mi sarei dovuta privare di molte altre cose, e una di queste era mia mamma che doveva lavorare sempre e io ero costretta a stare, dopo scuola, tutto il giorno in casa da sola, anche di domenica, mentre le mie amichette erano al parco o a casa con i loro genitori.

Una volta uscite fuori dalla stazione dovevamo informarci su come raggiungere il carcere, e la gente iniziava a guardarci in modo strano appena chiedevamo ciò, ma tanto eravamo abituate, non era la prima volta! ciò non significa però che non fosse molto triste. L'unico modo, il più delle volte, era il taxi molto costoso, dato che le carceri come ben sappiamo sono situate sempre fuori città, come per dirci: noi, persone per bene, la spazzatura non la vogliamo. Una volta raggiunto il carcere, con 8 ore di viaggio alle spalle con altre 8 ore che ci aspettavano, facevamo 2 ore di colloquio (perché noi non andavamo tutte le settimane, ma molto più raramente).

Tutti questi trasferimenti, tutti questi carceri, hanno reso la vita difficile non solo a me, ma anche a mia mamma. Non abbiamo potuto condurre una vita normale, abbiamo sempre nascosto questa "doppia vita" per la vergogna.