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recensione di Niccolò Nisivoccia


Il Sole 24 Ore, 28 ottobre 2020

 

"Un'altra storia inizia qui. La giustizia come ricomposizione", di Marta Cartabia e Adolfo Ceretti.

Esiste un'altra forma di giustizia, che non si accontenta delle sentenze dei tribunali, della parola del giudice, della chiusura dei torti e delle ragioni in una formula di condanna o di assoluzione: ed è la giustizia riparativa, la cui espressione più tipica è la mediazione penale - praticata in Italia da più di vent'anni ormai, ma ancora priva di una legge che la istituzionalizzi.

Secondo la più classica delle definizioni, la mediazione è un procedimento attraverso il quale un terzo imparziale tenta, mediante scambi fra le parti, di permettere loro di confrontare i rispettivi punti di vista per cercare una soluzione, o meglio una gestione, del conflitto che le oppone. Nella mediazione il reato non viene guardato tanto come un'offesa a un bene giuridico protetto dall'ordinamento, come la semplice violazione di una norma penale, quanto come un'esperienza di ingiustizia che frattura il "patto di cittadinanza" implicito fra gli abitanti di una qualsiasi comunità, nella reciproca attesa gli uni dagli altri di fiducia e riconoscimento.

La mediazione ha l'ambizione di offrire qualcosa di più, alle vittime dei reati ma anche ai loro autori, rispetto a ciò che può essere offerto dalle sentenze: un luogo e un tempo per superare insieme, aldilà dei ruoli processuali, le conseguenze generate dal reato. Al centro dell'interesse è la realtà soggettivamente vissuta e non quella fenomenicamente accaduta: è la realtà che viene alla luce attraverso il confronto fra le parti, intese non più solo come una "vittima" e un "autore di reato" ma come due soggetti che portano sulle spalle dei pesi, seppur diversi: le vittime il peso di una ferita o di una mancanza (perché sono vittime, naturalmente, anche coloro che sopravvivono alla morte di un familiare, di un amico); gli autori di reato, il peso di un passato con il quale occorre fare i conti.

La mediazione non va in cerca del perdono a tutti i costi: non è richiesto agli autori di reato di ottenerlo, né alle vittime di concederlo. Il perdono appartiene semmai alla coscienza del singolo individuo, nella quale la giustizia non può e non deve entrare; la punizione spetta invece ai tribunali, sulla base della verità processuale accertata. Ma la punizione, quale retribuzione del male compiuto, non cancellale conseguenze lasciate dal reato: ed è appunto su queste che si concentra la mediazione.

Negli incontri di mediazione, vittime e autori di reato recuperano una possibilità che il processo non contempla, per come è strutturato: quella di guardarsi negli occhi e di parlarsi, o anche solo di stare le une di fronte agli altri in silenzio. Ecco: in un incontro di mediazione, il silenzio è altrettanto importante delle parole. Nel dialogo, le parole assumono una vita nuova; e così accade anche al silenzio, che nel confronto si dilata, assume a sua volta significati diversi da quelli che può avere nella solitudine e nel soliloquio.

Ed è talora proprio nel silenzio, o comunque in gesti privi di parole, che può sciogliersi il senso più profondo di un incontro, come dimostra ad esempio - sul piano letterario - lo straordinario "Patria" di Fernando Aramburu (Guanda), un romanzo sulla fine della guerra dell'Eta, in Spagna, che ha molto a che vedere con i temi della giustizia riparativa. Quando, alla fine del romanzo, le due protagoniste finalmente si ritrovano, dopo essere state a lungo divise dai lutti e dal dolore, si limitano ad abbracciarsi. "Un abbraccio breve", specifica Aramburu, il quale aggiunge: "Le due si guardarono un istante negli occhi. Si dissero qualcosa? Nientè. Non si dissero niente".

Come si capisce, la giustizia riparativa contiene l'idea di una forma diversa di società, oltre che di giustizia: e la figura di Carlo Maria Martini ne rappresenta un'incarnazione potentissima - perché le idee hanno sempre bisogno di volti e di corpi, di persone in carne e ossa, di destini. Ce lo spiega e dimostra ora un piccolo, memorabile libro appena uscito da Bompiani, "Un'altra storia inizia qui. La giustizia come ricomposizione", di Marta Cartabia e Adolfo Ceretti. Il libro è un viaggio in quella che Ceretti definisce la "poetica" di Martini: un viaggio nelle sue parole e nelle sue opere, attraverso il suo pensiero e le sue azioni.

La Commissione per la verità istituita in Colombia dopo l'Accordo di pace del 2016, la lotta armata, il viaggio dei giudici della Corte costituzionale nelle carceri italiane fra il 2018 e il 2019, la funzione della pena, il senso della detenzione, i limiti della giustizia umana: sono i temi evocati, universali oltre qualunque contingenza storica.

Marta Cartabia cita due versi di David Maria Turoldo, "perché ogni uomo/è una infinita possibilità", che esprimono benissimo la visione del mondo anche di Martini, per la quale nessuno si esaurisce mai in un gesto compiuto, fosse anche il più efferato. Il libro è anche un'occasione, al tempo stesso, per riflettere su un'idea, la giustizia riparativa, nelle sue molteplici declinazioni, e su un uomo, Carlo Maria Martini, sul suo itinerario e sull'eredità che ci ha lasciato.