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di Giansandro Merli

Il Manifesto, 15 aprile 2025

Mario Serio è componente del Garante nazionale dei detenuti. Prima intervista sul protocollo Albania: “Il trasferimento oltre Adriatico apre dubbi di rilevanza costituzionale: manca il controllo del giudice, il diritto di difesa è limitato, l’accesso al sistema sanitario precluso”. “L’uso delle fascette ai polsi non può essere indiscriminato” e “il decreto per trasferire i migranti dall’Italia all’Albania apre dubbi di rilevanza costituzionale”. Mario Serio, già ordinario di Diritto privato comparato all’università di Palermo, è uno dei tre componenti che il governo Meloni ha nominato al Garante nazionale dei detenuti, con l’avvocata Irma Conti e l’ex magistrato Riccardo Turrini Vita (presidente). È la sua prima intervista sul protocollo Roma-Tirana, esteso ai migranti irregolari.

Per il Governo le fascette sono “normale procedura”. È così?

Il Garante ha sempre sostenuto che l’applicazione delle fascette ai migranti, non destinatari di provvedimenti di custodia penale, deve trovare una giustificazione oggettiva e tangibile. Nelle interlocuzioni avute con il governo questo ha sottolineato la presenza di esigenze di sicurezza ed è innegabile che in singoli casi si possano temere comportamenti violenti. Il Garante sottolinea però che simili misure non possono essere generalizzate e indistinte. Vanno calibrate su esigenze individuali ben specificate. Devono essere proporzionate.

La prassi sarà più per ragioni comunicative che di sicurezza?

Non facciamo congetture. Il Garante non ha alcuna posizione prevenuta verso il governo e deve appurare i fatti. Rilevo solo che le misure di sicurezza sono state presentate come necessarie contro possibili aggressioni agli agenti ma noi visitiamo i Cpr, faccia a faccia con i trattenuti, senza forme di protezione. Anche per ragioni di sicurezza, comunque, l’applicazione delle fascette è possibile solo in ipotesi rigidamente tipizzate dalla normativa internazionale che non sono estendibili per analogia.

Sappiamo ancora poco sui migranti trasferiti. Per esempio su nazionalità e status giuridico. Avete informazioni?

Non ancora, le abbiamo richieste al dipartimento della polizia di frontiera.

Sono emersi dubbi sulla legittimità costituzionale del decreto che permette i trasferimenti dall’Italia. Li condivide?

Stiamo lavorando a un documento da sottoporre alle commissioni parlamentari. Il problema sollevato da alcuni avvocati difensori, non irragionevolmente, ha una genesi precisa: a differenza di quel che avviene con le persone detenute nelle carceri, sottoposte all’ordinamento penitenziario, per i trattenuti nei Cpr manca completamente una cornice normativa che indichi diritti e rimedi. Così si procede in modo frammentario ed episodico nel disciplinare la loro condizione giuridica. Su questa asimmetria si esprimerà presto la Corte costituzionale.

Ma sull’Albania non ci sono problemi aggiuntivi?

Sicuramente ci sono questioni aperte alle quali il Garante non può rimanere indifferente, altrimenti non assolverebbe al proprio compito di meccanismo nazionale di prevenzione di tortura e trattamenti inumani, crudeli e degradanti. La prima è la mancata partecipazione del giudice alla procedura che si conclude con il trasferimento. Quest’assenza potrebbe contrastare con l’articolo 13 della Costituzione, che permette la privazione della libertà personale solo a seguito di provvedimento motivato dall’autorità giudiziaria. Un’altra questione è il diritto di difesa contro gli atti della pubblica amministrazione, previsto dall’articolo 113 della Costituzione, che rischia di essere compromesso dal trattenimento a Gjader. La distanza crea difficoltà concrete nel rapporto con l’avvocato. C’è poi il problema che i migranti trattenuti in Albania non hanno accesso a quel sistema sanitario nazionale.

Se ne è discusso in audizione alla commissione Affari costituzionali della Camera. Perché il Garante non è stato invitato?

Non lo sappiamo, in passato accadeva. L’istituzione di garanzia è anche indicata come essenziale nella legge istitutiva dei centri in Albania. Proveremo a contribuire per iscritto.

Sono passati sei mesi dal primo trasferimento in Albania ma non avete realizzato nessuna ispezione. Cosa aspettate?

È una scelta meditata. Riteniamo non serva un’ispezione astratta, senza presenze umane.

Quindi ora la effettuerete?

Naturalmente. Sarà una visita collegiale e molto accurata. Non c’è da dubitarne.

Passiamo alle carceri. Cosa pensa delle celle container?

Il sovraffollamento va combattuto, ma senza ridurre garanzie e condizioni di vivibilità. I container deflazionerebbero qualche centinaio di posti: non è una soluzione visti i gravi indici di sovraffollamento, oltre il 130%. Bisognerebbe comunque conoscere le condizioni dei container: se riproducessero la mancanza di servizi essenziali e acqua calda saremmo lontani dalla meta.

Il sistema penitenziario reggerà l’impatto dei nuovi reati introdotti dal dl sicurezza?

Non reggeva neanche prima, ma la situazione peggiorerà. Tra l’altro l’evoluzione da disegno di legge a decreto è, diciamo così, non comune. Anche perché il capo dello Stato ha criticato, sotto diversi governi, l’eccessivo ricorso alla decretazione d’urgenza. La vicenda si inserisce in questa problematica più ampia.