di Giovanni Terzi
Il Tempo, 9 novembre 2020
Il ragazzo di 25 anni, accusato di omicidio, si tolse la vita in carcere. Dopo 16 anni sono stati condannati i veri colpevoli del delitto: lo studente era innocente.
Ci sono avvenimenti che non è giusto che passino nell'oblio. Storie che hanno per sempre segnato la vita di persone e famiglie in modo definitivo; una di queste è quella di Aldo Scardella morto suicida nel carcere di Cagliari il 2 luglio del 1986. Per testimoniare l'ingiustizia Perpetrata ad Aldo Scardella il 23 settembre del 1986 Enzo Tortora andò a deporre un mazzo di fiori sulla sua tomba benché ancora con esattezza non si conosceva nulla della sua innocenza.
Tortora disse: "Capisco profondamente che cosa l'ha spinto a uccidersi. È stata la disperazione, il dolore per un'accusa ingiusta". Enzo Tortora capì senza bisogno di alcuna prova che con quel giovane la giustizia non si era comportata in modo corretto. La disperazione di Aldo Scardella è simile a quella di molte persone che, prima di un giusto processo, vengono incarcerate.
Aldo però, si suicidò dopo aver gridato, senza mai essere stato ascoltato, per cento ottantacinque giorni la propria innocenza. Una storia che non può passare inosservata soprattutto adesso dove, grazie al caso Palamara, sono emerse relazioni e condizionamenti tra i giudici che certo ci fanno pensare a quanto, a volte, sia fallace la giustizia nel nostro paese.
La storia di Aldo Scardella è drammaticamente semplice. Tutto ebbe inizio il 23 dicembre del 1985 intorno alle dieci di sera. Siamo all'antivigilia di Natale, quando due uomini armati entrano in via dei Donoratico a Cagliari nel negozio Bevimarket di Giovanni Battista Pinna, un cinquantenne commerciante cagliaritano che si stava apprestando a chiudere il proprio negozio di liquori e vini. Improvvisamente il commerciante venne aggredito dai malviventi che cercando l'incasso prenatalizio, aprirono il fuoco su di lui, uccidendolo.
La sorte, beffarda, fece sì che, poco distante dal luogo dell'omicidio e della rapina abitava Aldo Scardella un giovane e brillante studente universitario che si prefigurava un futuro fatto di lavoro e ideali. A collegare il supermercato, teatro dell'omicidio, e la casa del giovane Scardella c'era un mandorleto dove gli assassini, scappando, persero un passamontagna. Dopo tre giorni dall'omicidio, il giorno di Santo Stefano, intorno alle sei di mattina, alcuni uomini della Squadra Mobile di Cagliari entrarono nella casa di Scardella per una perquisizione.
Il giovane venne anche interrogato oltre che predisposta una perizia sul passamontagna che diede riscontri negativi circa la possibile appartenenza al giovane studente sardo. Nonostante questo oltre all'alibi fornito, Scardella venne arrestato il 29 dicembre e tradotto in prima battuta nel carcere di Oristano, in isolamento giudiziario.
Per ben dieci giorni la famiglia non seppe in quale penitenziario fosse stato trasferito il proprio figlio; sempre per 10 giorni non diedero ad Aldo la possibilità di accettare il proprio avvocato difensore non permettendogli di firmare la delega necessaria. La formula per cui venne arrestato Aldo Scardella citava "esistono sufficienti indizi di colpevolezza a carico dell'imputato per poter affermare che Aldo Scardella sia colpevole". Questi "sufficienti indizi di colpevolezza" misero Scardella in una condizione di isolamento con una pressione fisica e psicologica probabilmente utile a dichiarare la propria colpevolezza. Una colpevolezza che non esisteva.
Il difensore di Aldo Scardella per ben due volte tentò l'istanza di scarcerazione ma senza successo. Aldo Scardella venne arrestato per presunzione di colpevolezza anche se il passamontagna ritrovato non apparteneva a lui e il guanto di paraffina dimostrava che non aveva esploso alcun colpo di pistola. Ma lo Scardella abitava a poche decine di metri dal luogo del delitto e i rapinatori erano scappati a piedi il che dimostrava, secondo la Procura, che le indagini dovevano fermarsi a chi abitava necessariamente nella zona.
Ad Aldo Scardella venne negata anche la possibilità di assistere con gli altri detenuti alla Messa di Pasqua così come di appendere nella sua cella dei disegni e dei poster per renderla più umana. Per cento ottantacinque giorni al giovane studente universitario venne negata ogni cosa al solo fine di farlo crollare, al solo fine di trovare non "il" colpevole ma "un" colpevole.
Fu per questo che Aldo Scardella si tolse la vita; torturato moralmente da troppo tempo e mai ascoltato in nessuna istanza che gli permettesse di reggere, a ventiquattro anni, il disonore per un omicidio mai commesso. Ma la vita, o meglio il destino, è beffardo e crudele e così solo la morte suicida del giovane fece porre l'attenzione dell'opinione pubblica nazionale sul trattamento utilizzato dalla Procura di Cagliari attraverso interrogazioni parlamentari in cui si chiese se rispondeva a verità che "i familiari non vennero informati, nonostante le ripetute richieste, del carcere ove era recluso fino all'8 gennaio 1986 e soltanto in tale giorno poterono consegnargli il cambio della biancheria; per tutta la durata dell'istruttoria sommaria l'imputato venne tenuto in isolamento e non ottenne il permesso di avere colloqui coi familiari e col difensore; il giudice istruttore non interrogò mai l'imputato; il giudice istruttore mantenne l'imputato in stato di isolamento continuo, concedendo solo tre colloqui ai familiari (...) e non concesse mai alcun colloquio al difensore".
Ma la storia dell'omicidio del Bevimarket di Cagliari si riaprì con un processo a carico di Adriano Peddio e Walter Camba accusati nel '96, dieci anni dopo il suicidio di Scardella, da Antonio Fan- M, un collaboratore di giustizia. Fanni dichiarò di avere fornito l'arma, una calibro 38, ai due malviventi cagliaritani facenti parte della banda di "Is Mirrionis", che il 20 settembre 2002 vennero condannati in via definitiva per essere stati i colpevoli materiali dell'omicidio di Pinna. Ed eccoci di fronte ad un altro caso dove appare chiara la ricerca spasmodica di un colpevole da parte della Giustizia che si trova a volte a costruire e non a istruire processi.
Dopo trentaquattro anni il fratello Cristiano intervistato da un giornale ha dichiarato: "Chi si occupò della vicenda di Aldo sapeva che era innocente, perché conosceva in quale mondo era maturato il delitto del commerciante. Volevano lui come colpevole per non disturbare qualcuno che in quel momento faceva comodo alla giustizia".
Nessuno di coloro che ha commesso un errore incarcerando preventivamente Aldo Scardella ha mai avuto un provvedimento disciplinare. Nel nostro Paese funziona così, solo per gli errori giudiziari paga la vittima e non il responsabile.











