di Fabio Pinelli*
Avvenire, 29 ottobre 2026
Papa Leone XIV ha posto una delle domande più antiche e sempre attuali: che cosa significa essere umani? La risposta che ha offerto sorprende per la sua semplicità e profondità: “Essere umani significa, in primo luogo, essere figli”. Nessuno di noi ha scelto di nascere, né il tempo, né il luogo, né la famiglia in cui venire al mondo. La vita ci precede; ci è consegnata. E proprio per questo la nostra umanità è insieme promessa, fraternità e responsabilità. Ogni nascita genera un legame originario che dovrebbe trovare nella famiglia il primo luogo di cura, di educazione e di crescita. È nella famiglia che si apprendono il linguaggio delle relazioni, il rispetto dell’altro, il senso del limite, della libertà e della responsabilità.
Questa verità è particolarmente nota a chi opera ad esempio nella giustizia minorile. Ogni giorno il magistrato minorile è posto dinanzi a storie che ricordano come l’essere figli non sia soltanto una condizione anagrafica, ma la dimensione nella quale si formano l’identità della persona, la fiducia negli altri e la capacità di costruire il proprio futuro. Il magistrato minorile incontra bambini e adolescenti nei momenti più fragili della loro esistenza. Li incontra quando il patto educativo si è incrinato, quando la famiglia non riesce più a svolgere pienamente la propria funzione, quando i conflitti degli adulti travolgono i bisogni dei figli, quando il disagio si trasforma in devianza, quando la solitudine prende il posto della speranza.
Prima ancora che essere considerato autore di reato, vittima, soggetto vulnerabile o destinatario di protezione, ogni minore è un figlio. La sua storia prende avvio da quella condizione di fragilità e dipendenza che accomuna ogni nascita. È una persona che porta con sé una promessa, anche quando la sua vicenda è segnata dall’abbandono, dalla violenza, dall’emarginazione o dall’errore. D’altronde, la responsabilità genitoriale non è esclusivamente una categoria giuridica, né si esaurisce nella dimensione affettiva.
Essa rappresenta una delle forme più alte di responsabilità verso l’altro. La Costituzione, che pone al centro la persona e i suoi diritti fondamentali, richiama al tempo stesso i doveri inderogabili dei genitori di “istruire ed educare i figli”, di accompagnarli nella crescita. La Costituzione affida, dunque, un vero e proprio compito di natura pedagogica ai genitori. Da qui deriva la peculiarità della funzione del giudice minorile, che non incontra soltanto vicende processuali, ma persone in formazione, relazioni familiari fragili e storie che continuano a evolversi ben oltre il tempo della decisione giudiziaria.
È proprio per misurarsi con questa complessità che il giudizio minorile si arricchisce dell’apporto dei giudici onorari: competenze, esperienze e saperi diversi concorrono alla formazione della decisione, consentendo di leggere la vicenda non soltanto nella sua dimensione giuridica, ma nella concretezza delle relazioni e dei bisogni del minore. La pluralità degli angoli visuali diventa così una risorsa per costruire risposte più consapevoli e più aderenti alla realtà. Il rigore della giurisdizione resta imprescindibile, ma deve accompagnarsi alla capacità di ascolto, al dialogo con i servizi e con la scuola, alla comprensione delle fragilità e alla fiducia nella possibilità di cambiamento.
Non per conformare le persone a un modello ideale, ma per consentire a ciascuno di esprimere le proprie risorse. Questa prospettiva richiede, però, che la giustizia minorile possa operare in condizioni adeguate. La complessità del disagio minorile e la carenza di risorse e strutture richiedono una rete territoriale solida, capace di dare concreta attuazione alla risposta giudiziaria. La giustizia minorile deve dunque mantenere lo sguardo rivolto alla possibilità della ricostruzione. È una tensione verso il futuro che attraversa tutti i suoi ambiti, compreso quello penale. La privazione della libertà può rappresentare, in alcuni casi, una risposta necessaria dell’ordinamento. Ma fermezza e comprensione non sono termini alternativi. Condannare con nettezza la violenza non significa rinunciare a interrogarsi sulle sue cause.
È questo, mi sembra, il senso profondo del richiamo rivolto in questi giorni dal Presidente della Repubblica: ogni violenza è inaccettabile, ma di fronte al disagio giovanile occorrono anche studio, analisi e visione; occorre interrogarsi sul “loro senso di insicurezza, il loro timore di asservimento o di emarginazione”. Comprendere non significa giustificare. Significa riconoscere che nessuna vicenda umana nasce nel vuoto e che dietro molti comportamenti vi sono storie che interrogano anche noi adulti: le famiglie e le scuole innanzitutto.
Il processo di trasformazione della società contemporanea ha ormai la rapidità dello scorrere delle immagini sullo schermo di un telefono. Sono cambiate le famiglie, i contesti sociali e culturali, ma sono cambiate anche le forme del disagio, della devianza e della violenza. Dobbiamo essere consapevoli che, tra i giovani, la violenza assume oggi forme nuove e si manifesta anche nella dimensione digitale, nella quale si svolge una parte importante della loro vita di relazione. Un like, il ghosting, l’esclusione da una chat, ma anche il confronto continuo con modelli di vita proposti dai social possono assumere, nell’esperienza di un adolescente, un peso che il mondo adulto rischia talvolta di sottovalutare. Una giustizia capace di rispondere a questi cambiamenti deve, prima di tutto, conoscerli. Abbiamo bisogno di studi demografici e sociologici, nonché di un approccio realmente interdisciplinare. Dobbiamo comprendere come cambiano le famiglie, la popolazione minorile, i fenomeni di devianza e le forme della criminalità nei diversi territori.
*Vicepresidente del Csm









