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di Marco Marzano*

Il Domani, 2 maggio 2025

Gli orfani del Novecento hanno riscoperto con Bergoglio una nostalgia per il messaggio cristiano, non più vissuto in opposizione con il socialismo. L’incondizionata venerazione è stata poi favorita dal fascino per l’aspetto messianico e per l’eroismo individuale: una sorta di “culto del capo”. L’incondizionata venerazione che molta parte del popolo di sinistra in Italia ha nutrito nei confronti del papa appena scomparso è l’espressione di un sentimento profondo, segnala un cambiamento culturale importante e nient’affatto transitorio. A nutrirlo quel sentimento sono stati soprattutto gli orfani del Novecento, le generazioni più mature, le quali, nelle parole e nei gesti di Francesco, hanno visto materializzarsi buona parte dei loro ideali e delle loro speranze. Alla base della fascinazione ci sono, secondo me, due elementi sopra gli altri.

Il fascino del cristianesimo - Il primo è rappresentato dal cristianesimo, cioè dal messaggio evangelico. Buona parte dei fans di sinistra di Francesco è cresciuta nelle parrocchie e negli oratori, che ha poi abbandonato per militare in partiti, sindacati, associazioni accademiche e culturali varie. Il ricordo di quella socializzazione religiosa non è tuttavia mai scomparso, è sempre rimasto latente sottotraccia e quando le impalcature ideologiche del materialismo marxista sono rumorosamente venute giù, molta parte delle persone di sinistra si è voltata in direzione della chiesa, è tornata alle origini, alla visione del mondo appresa nelle aule di catechismo da bambini.

L’idea che molti di costoro si sono fatta è che, tutto sommato, il socialismo per il quale hanno combattuto e che ora è archiviato nei libri di storia non sia poi così diverso dalla dottrina sociale della chiesa, che gli ideali e i principi siano gli stessi e che il cattolicesimo rappresenti ormai l’unico ambito davvero comunitario di un paese come il nostro, l’unico luogo nel quale l’odiato individualismo liberale viene davvero e concretamente messo da parte in nome del “noi”.

Papa Francesco ha rappresentato il riferimento ideale per questa parte dell’opinione pubblica progressista, dal momento che, erroneamente sul piano storico perché è stato anch’egli a lungo nel continente sudamericano un nemico giurato del marxismo e della teologia della liberazione, non è stato identificato con l’anticomunismo militante. Anche Giovanni Paolo II aveva, nella seconda parte del suo pontificato, molto accentuato le posizioni pacifiste e anticapitaliste, ma la sua immagine era troppo legata al crollo del Muro e alla decennale contrapposizione all’ateismo comunista per risultare davvero attraente per gli orfani italiani del Novecento.

In molti casi, per molti soggetti, l’ammirazione per il papa e per il messaggio cristiano si spinge ai confini della conversione religiosa. Il proprio ateismo viene presentato sempre di più come un difetto, una disgrazia (“non ho il dono della fede” si sente dire di frequente). Un ostacolo alla conversione completa, spirituale o solo politica, potrebbe provenire da quella parte, invero la più consistente, della dottrina cattolica che non riguarda la povertà, le diseguaglianze e il profitto, ma la morale e la sessualità.

Anche su questo versante però, l’atteggiamento di molti è quello di trovare nelle parole, nettissime, di Francesco contro l’aborto, la teoria gender, il matrimonio omosessuale, il sacerdozio femminile degli elementi di ragionevolezza e di buon senso. Per tanti, la deriva della sinistra sarebbe cominciata nel momento in cui si è prestata un’attenzione eccessiva al tema delle libertà e dei diritti individuali, anticamera del detestato liberismo e della dissoluzione dei vincoli comunitari.

Eroismo individuale - Il secondo elemento al fondo della fascinazione di tanti progressisti per il papa è l’aspetto messianico, o dell’eroismo individuale. Nella costruzione, in Italia, del mito di Francesco una parte decisiva è stata giocata dall’idea che il papa argentino fosse un uomo contro l’establishment, un nemico della “casta” clericale, un sovrano certo assoluto ma anche buono e giusto, circondato da perfidi Rasputin in tonaca ma fermamente intenzionato a sconfiggerli mettendo al bando la corruzione e il malaffare. Ad aver insediato un simile monarca-santo al vertice di una delle più potenti organizzazioni del pianeta sarebbe stato lo Spirito Santo intenzionato a dare una lezione esemplare alla sua chiesa oppure una svista dei gerarchi che avrebbero scelto come capo colui che avrebbe in seguito fustigato senza alcuna pietà le loro malefatte.

Sia come sia, senza questo “culto del capo”, senza l’idea che il cattolicesimo avesse finalmente trovato un uomo in grado di riportarlo senza esitazioni a Cristo e al Vangelo, l’intera operazione di ritorno di una buona parte della sinistra direttamente all’interno della chiesa o comunque nella sua area di influenza culturale e politica non sarebbe stata possibile. La costruzione del monarca-eroe è il risultato dell’azione di diversi elementi: la semplificazione giornalistica, i modelli hollywoodiani del giusto in lotta contro il sistema, l’antica passione italica per i condottieri solitari, per i prìncipi-martiri, per i capi-santi senza macchia e senza paura.

Perché la tendenza che ho descritto e sommariamente cercato di interpretare si stabilizzi e si consolidi c’è bisogno di un successore capace di fare l’uso straordinario che papa Bergoglio ha saputo fare dei gesti, dei simboli e delle parole. C’è bisogno di un profeta che aiuti tanti uomini e donne desiderose di fare il bene dell’umanità ad avvicinarsi alla chiesa e a camminare con essa in un tempo difficile come si preannuncia il nostro. Forse per la chiesa universale questa non sarà la priorità, ma lo è certamente per i tanti progressisti italiani che hanno profondamente amato Francesco negli intensi dodici anni del suo pontificato.

*Professore ordinario di Sociologia presso l’Università di Bergamo