di Elisa Campisi
Avvenire, 5 giugno 2026
Sei persone detenute su 10 erano già state in carcere, una di loro da cinque a nove volte e qualcuno anche più di 10 volte. Solo il 29,3% delle persone in cella lavora. Sono dati come questi, del XXII Rapporto di Antigone, che mostrano quanto il sistema penitenziario italiano abbia bisogno di riforme urgenti. Una prima risposta ieri ha provato a darla il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, in conferenza stampa al termine del Cdm, illustrando le misure contenute nel decreto sul lavoro dei detenuti, che ha avuto il via libera del Consiglio. “Mi preme parlare di un provvedimento che mi sta particolarmente a cuore”, ha specificato, introducendo “uno schema che riguarda la formazione professionale dei detenuti, la promozione del lavoro e l’organizzazione delle lavorazioni”.
“Si tratta - ha continuato - di potenziare la possibilità dei detenuti di accedere alla formazione lavorativa, nel duplice intendimento di imparare a fare un lavoro durante la detenzione e di trovare un’occupazione stabile e retribuita una volta usciti dall’ambiente carcerario. Il nostro orientamento principale è di attuare la disposizione costituzionale volta alla rieducazione e alla risocializzazione del detenuto”.
Un impegno non da poco, di fronte a una popolazione carceraria che nei 189 istituti di pena italiani contiene oltre 64mila persone, ossia 18mila in più dei posti realmente disponibili: condizioni che contribuiscono all’insorgenza di diversi problemi - compresi quelli di salute mentale che riguardano almeno il 12% dei detenuti - oltre che il rischio di tornare a delinquere. Una buona parte della recidiva, ha ricordato ancora il ministro, dipende dal fatto che, una volta liberato, il detenuto si trova spesso “senza lavoro, addirittura senza casa e quasi obbligato a delinquere di nuovo”.
A dargli ragione è la letteratura, che ha ampiamente dimostrato come un’occupazione stabile abbassi significativamente la recidiva. Le novità per la popolazione carceraria annunciate da Nordio dopo il Cdm non riguardano però solo formazione e lavoro. È stata infatti prorogata l’entrata in vigore del gip collegiale per la decisione sulle misure cautelari limitative della libertà personale al febbraio 2027, accogliendo dunque gli allarmi lanciati dagli uffici giudiziari sulla mancanza di organico sufficiente e sulla digitalizzazione.










