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di Emanuele Bonini

La Stampa, 15 luglio 2023

Carenze nei diritti di assistenza legale al momento dell’arresto, magistrati onorari senza tutele in materia di diritto del lavoro. Il sistema di giustizia dell’Italia, per cui l’Unione europea da anni chiede riforme e correttivi, si arricchisce di altri elementi di criticità che valgono all’Italia l’avvio di una nuova procedura d’infrazione e la decisione di portarne avanti un’altra, già aperta, col rischio di deferimento alla Corte Ue.

L’Italia non garantisce a sufficienza, allo stato attuale, la presenza dell’avvocato difensore al momento degli interrogatori né la possibilità, per le persone in stato di privazione di libertà, adeguata comunicazione a familiari, datori di lavoro o autorità consolari, anche in caso di procedimenti a carico di minori.

Senza contare che i vari magistrati onorari (giudici di pace e di tribunale) continuano a non godere di uno status di “lavoratore” in quanto riconosciuti come “volontari”. La Commissione europea chiede di rimettere mano a tutto questo, e in fretta. Richiami che arrivano proprio mentre il la maggioranza si appresta a presentare la proposta di riforma della giustizia, oggetto di confronto tra capo di governo e capo dello Stato.

Quello che succede nell’ordinamento tricolore è che la direttiva del 2013 sul diritto della giusta difesa non è stata integrata nel quadro normativo nazionale. Se da una parte l’Ue intente l’accesso a un difensore sin dalle prime fasi del procedimento per indagati e imputati in procedimenti penali, per le persone oggetto di un mandato d’arresto europeo (Mae), e far sì che quanti privati della libertà personale possano comunicare con terzi, dall’altra parte in Italia tutto questo non è rispettato.

Nello specifico, rileva la Commissione europea, a distanza di dieci anni dall’approvazione della direttiva, norme e autorità italiane non garantiscono l’effettiva partecipazione del difensore in occasione di interrogatori, possibili deroghe al diritto di accesso a un difensore a causa della lontananza geografica o di esigenze investigative, così come non garantiscono la possibilità per genitori e tutori di minori di essere messi al corrente della situazione e ricevere comunicazioni con i fermati.

Al governo Meloni si concedono due mesi di tempo per adeguare il sistema di giustizia tricolore ai dettami a dodici stelle. Scaduti i 60 giorni, in assenza di progressi tangibili, la procedura può essere portata avanti, come nel caso dei giudici onorari. Qui Bruxelles ha concesso all’Italia molto più due mesi, ne ha aspettati dodici. A luglio dell’anno scorso è stata avviata una procedura d’infrazione per il mancato rispetto delle normative comunitarie in materia di diritto del lavoro. In materia di giustizia, il lavoro a tempo determinato e parziale di magistrati onorari, inclusi i loro orari di lavoro, fa sì che questi non godano dello status di lavoratore.

Vuol dire, all’atto pratico, assenza di indennità per malattia, infortunio e gravidanza, differenze retributive e discriminazione fiscale. “I magistrati onorari non sono neppure sufficientemente protetti dalla reiterazione abusiva di contratti a tempo determinato e non hanno la possibilità di ottenere un adeguato risarcimento per tali abusi”, lamenta l’esecutivo comunitario, che avverte: se entro due mesi non si cambia registro l’Italia potrebbe essere deferita alla Corte di giustizia europea, con il rischio di multe, anche salate, in caso di condanna. L’Italia di cui ancora si attende l’ampia riforma della giustizia (la Commissione europea la chiede da anni, nelle raccomandazioni specifiche per Paese) fa dunque parlare ancora di sé per la sua giustizia. Non in bene.