di Monica Coviello
vanityfair.it, 28 maggio 2022
Dal primo giugno parte un appuntamento molto atteso: “La partita con papà”, che si disputa in molti penitenziari italiani fra i padri detenuti e i loro bambini. “Andiamo a giocare a pallone?”. Una proposta semplice, che ogni bambino può fare al padre. Anzi, non è proprio così. Ci sono figli che, per una partita con papà, devono sottostare a orari, regole, permessi.
Sono i bambini dei detenuti, circa 100 mila in Italia (e 2,2 milioni in Europa). Per loro, dal primo giugno, parte un appuntamento molto atteso: “La partita con papà”, che si disputa in molti penitenziari italiani, che fa parte della annuale campagna “Carceri aperte” ed organizzata da Bambinisenzasbarre in collaborazione con il Ministero della Giustizia - Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Dopo due anni di stop per via della pandemia, torna la possibilità di giocare a calcio con i papà, un momento ordinario per la maggior parte dei bambini, ma eccezionale per i figli di chi è dietro le sbarre.
Bambinisenzasbarre ha lanciato “La partita con papà” nel 2015. L’iniziativa è partita con l’adesione di 12 istituti, 500 bambini e 250 papà detenuti e si è tenuta tutti gli anni fino al 2019, quando sono state giocate 68 partite in altrettante carceri e città, da Belluno a Palermo, coinvolgendo gli agenti della polizia penitenziaria, gli educatori, 3150 bambini e 1700 genitori detenuti.
L’obiettivo principale di questa iniziativa è il mantenimento del legame tra il bambino e il genitore detenuto, un diritto sancito dalla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. “Per raggiungere questo obiettivo, Bambinisenzasbarre”, spiegano dall’associazione, “prepara i figli che entrano in carcere per il colloquio con i genitori, momento chiave per sostenere il rapporto genitoriale e per facilitarlo, con vari mezzi: per esempio il disegnare insieme, oppure con uno strumento molto coinvolgente, come una partita di calcio”.
I bambini dei detenuti spesso dicono al papà: “Poi quando esci giochiamo a pallone”. La partita “rappresenta una possibile occasione d’incontro, efficace per attivare, consolidare, accrescere il legame tra genitori-figli e condividere un momento di normalità e vicinanza nonostante la detenzione”.
“La vera punizione del carcere non è per noi”, spiega un papà detenuto, “ma è per le persone che amiamo. Mia moglie mi ha raccontato che i bambini hanno preparato una settimana prima della partita le borse con l’occorrente per giocare. Questo è normale nella vita quotidiana delle altre persone, ma noi non siamo abituati. Per noi è un’emozione”. E lo è anche per i bambini. Cristiano, 8 anni, dopo la partita era felice, perché “finalmente papà ha visto tutte le mosse da calciatore che ho imparato da internet, ora capirà che devo fare il calciatore”. Susanna, 11, ricorda: “Con papà andavamo sempre allo stadio, non sappiamo giocare bene a calcio, ma con lui ci siamo sempre divertite con il pallone”. Michele ha solo 5 anni, ma ha già una certezza: “Mi piace giocare con il mio papà, lui è il più forte di tutti!”.









