di Luigi Manconi e Federica Resta
La Stampa, 22 maggio 2023
Dai reati alla salute: ogni cittadino deve poter cancellare il passato e riaffermare la sua nuova vita. La sensazione è quella di una “folla solitaria”: una moltitudine di individui, l’uno sconosciuto all’altro. Ognuno di essi si trova attraversato da un immenso flusso di dati: informazioni preziose o totalmente superflue, che hanno una funzione salva vita o una insidiosa capacità manipolativa, che arricchiscono la conoscenza o che disgregano i saperi acquisiti.
Quel flusso, ci mette a disposizione il codice del bancomat e la ricetta delle zucchine alla scapece, il tragitto per raggiungere una farmacia all’una di notte e le delibere del Consiglio Nazionale dell’ordine dei Commercialisti e degli Esperti Contabili.
Dentro quel flusso si trovano, poi, elaborazioni fantastiche, allucinate mitologie, tesi cospirazioniste e balle colossali: dal complotto dei Rettiliani al traffico dei bambini realizzato attraverso il sito web del rivenditore di mobili Wayfair con la complicità di Hillary Clinton, Barack Obama, George Soros e Bill Gates. Una massa di informazioni che ci rende più forti e al tempo stesso più vulnerabili. Più forti, perché ci fornisce strumenti e risorse di conoscenza come mai nella storia dell’umanità. Più vulnerabili perché può offrirci notizie false e ingannevoli e può affidare i nostri dati (dalle patologie alle opzioni sessuali) a chiunque voglia acquisirli, scambiarli, metterli in vendita.
In altre parole, la nostra intera esistenza viene tradotta in altrettanti dati, dai consumi alimentari a quelli culturali a quelli sanitari, fino alle scelte affettive, a quelle politiche e agli stili di vita. Tutto è ridotto a un codice che viene stipato insieme a miliardi di altri in una infinità di archivi e banche dati e, da qui, inserito in circuiti di comunicazione, di selezione degli orientamenti e delle preferenze, di promozione degli indirizzi di consumo e di opinione morale.
Ne deriva che la nostra possibilità di scelta è destinata a oscillare sempre tra capacità di conoscenza ed eccesso di dati, tra consapevolezza e impotenza, tra massima informazione e minimo potere decisionale.
È dentro questo punto di tensione che si colloca la questione detta dell’oblio oncologico, di cui ha scritto Paolo Russo su queste pagine nei giorni scorsi. Ovvero il diritto dell’individuo a non essere “immobilizzato” nella propria malattia, una volta che ne sia guarito: nel momento in cui si sostiene un colloquio di lavoro, quando si negozia un mutuo a lungo termine o si stipula un’assicurazione, o persino quando si avvia la procedura per adottare un bambino.
Si tratta di circostanze molto concrete, che possono assumere tratti drammatici, e qualcuno è arrivato a paventare il rischio di una sorta di “apartheid oncologico”. Ma il diritto all’oblio è qualcosa di ancora più ampio, che chiama in causa principi fondamentali dello stato di diritto nell’era digitale.
Già prima, nel 1958, la Corte di Cassazione stabiliva il “diritto al segreto del disonore”. E ciò a proposito del coinvolgimento dell’allora questore di Roma nella strage delle fosse Ardeatine. Emergeva così l’accezione “difensiva” del diritto all’oblio, come diritto a proteggere la propria persona dagli effetti negativi che possano derivare dalla notorietà di fatti, appunto, disonorevoli. Nel tempo trascorso da allora, il diritto all’oblio è diventato un importante dispositivo di tutela della persona dal rischio della “biografia ferita”: di una raffigurazione, cioè, scorretta perché distorsiva o, comunque, “riduzionistica”, della sua identità.
Con l’avvento di Internet e la sua eterna memoria, l’oblio è diventato prezioso strumento di ridimensionamento della visibilità mediatica della persona, capace di correggere la memoria sociale quando essa rischi di cristallizzare - di congelare in un passato ormai superato - una vita nel frattempo evolutasi. E, dunque, mutata.
È significativo che, anche a condannati per terrorismo, la giurisprudenza della Cassazione abbia riconosciuto il diritto a non essere rappresentati come tali, dopo che, anche espiando la pena, abbiano prese le distanze da quel passato. In questo senso l’oblio, riequilibrando memoria collettiva e biografia individuale, realizza il diritto di ciascuno a essere - e a essere presentato come - altri da chi si è stato.
Si afferma, così, il diritto inalienabile al mutamento di sé. L’oblio consente a ciascuno di riappropriarsi della propria storia personale, di cambiarne il destino, di sottrarlo a un esito predeterminato, evitando che la proiezione eterna del passato pregiudichi il futuro e la stessa possibilità di cambiamento esistenziale. E questo vale non soltanto per il “disonore” del reato commesso, ma per ogni “incidente” che possa ferire la persona e la sua identità. Così pure per la malattia: da alcuni (in ultimo Michela Murgia) raccontata, anche pubblicamente, come parte di sé, talmente costitutiva da volerne rendere partecipi gli altri; da alcuni, invece, vissuta come una ferita da cui non si vuole essere rappresentati e in cui non si vuole essere risolti.
Quando Emma Bonino diceva “io non sono il mio cancro”, pur non facendone mistero affermava il suo diritto a prescindere da esso nella conduzione della sua vita e anche nella formazione della sua immagine. Non è un profilo irrilevante, se si considera che - in numerose circostanze - sembra sia possibile guarire dalla malattia, ma impossibile liberarsi del suo stigma. Come se la patologia proiettasse la sua ombra sulla vita futura del paziente, serrando una gabbia dalla quale risulta impossibile fuggire.
Proprio per questo, per garantire alla persona il diritto di prescindere dalla malattia passata, di liberarsi dal peso della sua idea, il Parlamento europeo, nel febbraio 2022, ha raccomandato agli Stati membri l’adozione di norme capaci di garantire l’oblio a chi lo voglia. In numerosi paesi dell’Unione esistono leggi simili e, in Italia, proposte in materia sono state presentate nella scorsa legislatura e in questa.
Se, come recita l’art. 3 della Costituzione, è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli “che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”, è certamente un dovere politico che quella persona, in tutta la sua straordinaria complessità, non sia ridotta alla sua malattia.
L’oblio, in questo senso, ha il compito di rendere possibile una vita altra e diversa, non già predefinita e prescritta. Come diceva Paul Ricoeur “al di sotto della memoria e l’oblio, la vita. Ma scrivere la vita è un’altra storia”: sempre mutevole e sempre aperta al cambiamento.










