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di Antonio Mazzocchi*

Il Dubbio, 14 luglio 2026

Il sistema penitenziario in Italia ha superato un punto di non ritorno, con oltre 64mila detenuti stipati in poco più di 44 mila posti reali. Il tasso di sovraffollamento medio supera il 140%, toccando picchi drammatici del 200% in alcuni Istituti. I numeri non sono solo statistiche: si traducono in celle degradate, violenza endemica, assistenza sanitaria al collasso e una scia di suicidi tra i detenuti e glia genti che rappresenta una ferita aperta per uno Stato di diritto. A gravare sul sistema è, soprattutto, l’uso distorto della custodia cautelare.

Più del 22% della popolazione carceraria - circa 14 mila persone - si trova dietro le sbarre, in attesa di un giudizio definitivo. Di questi altri 9 mila non hanno ancora ricevuto nemmeno la sentenza di primo grado. Il paradosso è evidente: il carcere che la Costituzione concepisce come estrema ratio e strumento di rieducazione è diventato un gigantesco contenitore sociale della marginalità, utilizzato per colpire reati minori o legati al disagio sociale, della tossicodipendenza e alla povertà materiale. Per disinnescare questa bomba ad orologeria non bastano provvedimenti tampone o l’edilizia carcerata. È necessaria una riforma strutturale che potrebbe trovare forma in una proposta di legge finalizzata sulla drastica estensione delle misure alternative e sulla depenalizzazione di reati a basso indice di pericolosità sociale.

L’articolato della proposta di legge dovrebbe declinarsi in tre pilastri fondamentali: Il primo (con la modifica dell’articolo 168 del codice penale) riguarda l’ampliamento automatico dell’andamento in prova al servizio sociale per tutte le condanne residue o definitive inferiori a quattro anni, eliminando colli di bottiglia burocratici del Tribunale di Sorveglianza che oggi costringono migliaia di persone a subire la carcerazione in attesa di una decisione. Il secondo punta alla messa alla prova, estendendone l’applicabilità ai reati puniti al massimo a sei anni, Attraverso percorsi obbligatori di giustizia riparativa, lavoro di pubblica utilità e risarcimento del danno, l’imputato espia la propria colpa offrendo un valore concreto alla comunità, senza mai varcare la soglia del penitenziario e senza subire lo stigma della detenzione.

Infine la proposta prevede un forte incentivo fiscale e strutturale per le imprese che assumono detenuti in misura alternativa e il parallelo rifinanziamento degli Uffici di Esecuzione Penale Esterna (Uepe). Solo potenziando il personale socio carcerario e i moderatori culturali si può garantire il controllo reale sul territorio, riducendo le recidive del 20% contro il drammatico 70% di chi sconta la pena in carcere. Spostare l’asse della punizione dal carcere alla comunità non è un atto di clemenza, ma un’operazione di sicurezza pubblica e di efficienza economica.

*Presidente dei Cristiano Riformisti