di Cesare Antetomaso*
Left, 8 luglio 2022
I tribunali intasati da processi per reati che potrebbero essere depenalizzati e le carceri al collasso perché a tanti detenuti non vengono concesse misure alternative. Sono alcuni dei principali nodi irrisolti dalle ultime “riforme” del sistema giudiziario.
Archiviata la sonora e prevedibile sconfitta di quella parte di ceto politico che pensava di regolare i conti con la magistratura per via referendaria, i seri problemi della giustizia nel nostro Paese restano tutti sul tavolo. Anzi, ogni giorno che passa la drammaticità di alcune situazioni (si pensi in particolare alle carceri strapiene) si acuisce vieppiù.
Molteplici sono i piani che necessiterebbero di un intervento legislativo; come Giuristi democratici, ci siamo sforzati di individuare soluzioni articolate su alcune materie, sulle quali a breve pubblicheremo una sorta di “libro bianco”, a cominciare dal lavoro, con un processo ormai ridotto ai minimi termini dalle nefaste riforme succedutesi nell’ultimo quindicennio.
Allo stesso tempo, con l’innalzamento repentino e continuato dei costi del contributo unificato, le cause civili sono diventate sempre più “roba per ricchi”, così spingendo i soggetti forti (banche ed assicurazioni in primis) a condotte spregiudicate.
Nondimeno, nello stesso arco temporale anche altrove sono stati fatti danni incalcolabili. A cominciare dal diritto penale, dove quella che abbiamo denunciato come deriva panpenalistica ha condotto all’intasamento dei ruoli dei tribunali e degli uffici del giudice di pace. Il numero delle condotte illecite ritenute meritevoli di sanzione penale, e dunque di un processo, in questi anni è cresciuto a dismisura, andandosi a sommare ad altre antistoriche figure di reato - pensiamo ad esempio alla tutela penale del marchio - sebbene le depenalizzazioni del 2016, l’introduzione dell’art. 131 - bis al codice penale (ossia la non punibilità per la particolare tenuità del fatto) e la previsione della messa alla prova avessero lasciato presagire, se non una virtuosa inversione di tendenza, una presa d’atto della realtà. Parallelamente, sempre meno incentivato è il ricorso ai riti alternativi, cioè quelli che consentono di ottenere lo sconto di un terzo della pena, con il concetto di premialità ormai vago ricordo.
E di riflesso, le carceri sono nuovamente al collasso, sempre più discarica sociale, come per primo disse Alessandro Margara, autore della riforma penitenziaria e della legge Gozzini. Con le connesse difficoltà di usufruire, per una larga fetta di detenuti, delle misure alternative; e con buona pace delle finalità rieducative e del reinserimento sociale previsti dalla Costituzione.
D’altro canto, nessuna vera riforma è possibile a costo zero: occorrono enormi investimenti prima di tutto per ampliare l’organico dei magistrati (anche rivedendone il trattamento economico, di gran lunga il più alto nella pubblica amministrazione, pure rispetto ai Prefetti); e occorrono più educatori (e direttori) nelle carceri, come denuncia l’ultimo rapporto di Antigone.
Intanto, in attesa della pronuncia della Corte costituzionale sull’ergastolo ostativo, occorre da subito riprendere la battaglia sia per una più ampia e coraggiosa depenalizzazione, che per una esecuzione penale maggiormente rispondente ai dettami della Costituzione e della Convenzione Edu, sulla scorta delle indicazioni della Commissione Ruotolo (per l’innovazione del sistema penitenziario ndr).
Altresì, è necessario un ripensamento della stessa categoria dell’ostatività, quantomeno per gli infraventunenni alla prima condanna per reati associativi non di carattere mafioso. Mentre, come sottolinea il Garante delle persone private della libertà personale Mauro Palma, va invertita la tendenza a non porre attenzione verso gli strumenti di ricomposizione, ricostruzione e riparazione, pure previsti dall’emananda riforma Cartabia.
Alcuni degli stessi temi referendari, pur posti in modo strumentale ed opportunistico, necessitano di un intervento deciso, a partire dall’abrogazione dell’art. 11 del Decreto Severino (accompagnata magari dal riconoscimento della riabilitazione ai fini della candidabilità), fino a prevedere una precisa tipizzazione delle fattispecie in presenza delle quali si possa dar corso a custodia cautelare in caso di pericolo di recidiva del reato.
Per sottrarre quanto più possibile spazio ad apprezzamenti di tipo morale e non legati al fatto e per evitare pregiudizi e generalizzazioni da parte del personale di polizia e di quello giudiziario, non di rado autori di provvedimenti stereotipati redatti senza nemmeno aver prima visto la persona indagata. E ancora i veri assenti dalla tornata referendaria, i due grandi temi del fine vita e della legalizzazione della cannabis, devono tornare immediatamente nell’agenda del legislatore, perché la società civile ha già dato ampiamente segni di una volontà di cambiamento, al di là delle discutibili pronunce della Corte costituzionale, riguardo soprattutto all’eutanasia.
*Avvocato, componente dell’esecutivo di Giuristi democratici










