di Nadia Urbinati*
Il Domani, 21 ottobre 2026
I movimenti del ‘77 avevano ancora un’idea di futuro ed erano sicuri delle proprie forze. Questi sono distruttivi, disperati e pessimisti. E invece di produrre più libertà o condizioni di vita migliori, producono lo spostamento dell’opinione pubblica verso la legittimazione di una politica securitaria. Il conflitto post politico, come reazione assoluta e sollevamento, ha dominato i media, seguendo un trend già noto. Il XXI secolo è iniziato con una serie di manifestazioni popolari di scontento: i girotondi, i Vaffa Day, le primavere arabe, Occupy Wall Street, gli indignados, i forconi, i gilet gialli. Diversissimi tra loro e non necessariamente violenti. Più i movimenti si sono succeduti, più hanno avuto risvolti violenti.
Si tratta certamente di un aspetto esemplare di ciò che è diventato lo spazio civile e pubblico alla fine della politica dei partiti e dei movimenti, con la società divenuta un mondo in larga parte sconosciuto ai politici, vecchi e nuovi, e disaggregato. Le aggregazioni ad hoc (per ogni tema scottante o che incide sull’immaginario) e l’iPhone come forma e mezzo di relazione. Ignote (al pubblico, certamente) le assemblee e le riunioni fiume del passato che analizzavano, proponevano e valutavano. La democrazia si difende offrendo un’idea di futuro “Autoriduzioni” È utile evidenziare queste differenze per capire che il nostro tempo non è l’unico a sperimentare la violenza, ma presenta una specificità unica e da studiare.
Per esempio, esiste una similitudine tra questi nuovi sollevamenti e i moti bolognesi del 1977. Ma la differenza è notevole, perché allora gli assalti ai negozi (griffati) e ai ristoranti molto “in” (oltre che alle armerie), al grido di “autoriduzione”, sottolineavano l’invidia sociale, una reazione egualitaria che rivendicava il desiderio di far parte della società dei consumi. Oggi quelle “autoriduzioni” (nei supermercati più popolari) sfociano più nella distruzione che nell’appropriazione ed esprimono rabbia. Dall’invidia alla rabbia.
La storia sociale e politica di questo secolo è qui. L’invidia sociale presuppone che nessuno debba avere molto di più: la passione è propositiva e conservativa (desiderare di avere cose comporta, prima di tutto, non distruggerle). La rabbia, invece, reagisce non solo a ciò che non si è avuto, ma soprattutto a ciò che si pensa di non poter mai avere. La distruzione è conseguente. I movimenti del ‘77 avevano ancora un’idea di futuro ed erano sicuri delle proprie forze. Questi sono distruttivi, disperati e pessimisti. Dall’alto e dal basso.
Il termine “conflitto” è la Cenerentola di questo tempo, le cui forme di azione collettiva suggeriscono rabbia, odio, ribellione. Il conflitto è tradizionalmente associato a forme organizzate di contestazione che hanno una leadership e un andamento studiato, finalizzate a ottenere un risultato: prove di forza calcolate, che pongono il problema all’opinione pubblica, incaricano una rappresentanza di portarlo all’attenzione delle istituzioni, provocano rotture ricomponibili, come nuove elezioni o nuovi contratti di lavoro, oppure la cancellazione o la riforma di determinate leggi. Il conflitto, nella società democratica di massa strutturata in partiti e sindacati, è come una strategia bellica che segnala all’avversario la forza potenziale d’offesa o di resistenza, con l’intento di mantenere aperta la possibilità di un accordo. Per ribilanciare le relazioni di potere tra due parti che, altrimenti, sarebbero totalmente squilibrate e con scarsa, se non nulla, possibilità di dialogo.
Cambiare il sistema, oltre la rabbia. Dieci anni di Non una di meno Il sollevamento emotivo Il sollevamento emotivo che segue la via della distruzione non ha alcuno scopo pratico: si impone nell’istante in cui accade. È un evento. È una protesta che diventa l’unica notizia e, intanto, mette a tacere le numerose forme di protesta non violente. Non ha interesse per le conseguenze. E si eclissa con l’immediatezza con cui è sorta. Un prologo ad altri eventi che verranno.
Non conflitto politico, ma contrasto radicale, estetico anche nel caos che si lascia dietro, come i detriti fuori dalla stazione di Bologna: estintori, transenne, biciclette. Se l’esito dei conflitti gestiti per scopi e con metodi calcolati era una conquista legislativa o un nuovo contratto di lavoro, l’esito (forse non voluto da tutti i protagonisti) della rabbia e dei detriti è il rafforzamento del sistema repressivo: lo spostamento dell’opinione pubblica verso la legittimazione di una politica securitaria. Dai conflitti politici democratici nascono più libertà, non da questi.
I giovani che manifestano in Francia e in Italia per la casa, la scuola e un lavoro decente costituiscono un vero e proprio movimento politico. E sono i grandi dimenticati, ancora una volta. Perché il sollevamento rabbioso ha rubato loro la scena. Tutti vedono l’evento; quasi nessuno si sofferma sulle ingiustizie e sulle richieste. Il presidente francese Emmanuel Macron ha rovesciato la sua collera davanti al Paese, competendo con la rabbia dei manifestanti più accesi. Ha scaricato sui “corpi intermedi” - partiti, associazioni, sindacati - il compito di colmare lo scollamento sociale e, intanto, ha annunciato misure emergenziali che limiteranno le libertà civili. Così farà Giorgia Meloni. Da vent’anni la rabbia è lo spirito del tempo e ha sostituito la lotta politica.
*Politologa









