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di Sara Tirrito

La Stampa, 20 luglio 2026

La commissione d’inchiesta: gli stessi lavoratori da una regione all’altra per le raccolte nei campi. Da marzo a settembre migliaia di braccianti raggiungono il Metapontino e l’Alto Bradano, in Basilicata, per la frutta di stagione. Prima le fragole, nelle scorse settimane le pesche, poi i pomodori. Arrivano dalla Piana di Sibari, in Calabria, dove da ottobre a febbraio hanno raccolto agrumi e olive. In autunno saliranno in Piemonte, e chiuderanno l’anno in Friuli-Venezia Giulia con la lavorazione della barbatella. Stagione dopo stagione, lungo lo stesso percorso, si muove anche il calendario del caporalato, il sistema di reclutamento illegale che intercetta i lavoratori a ogni tappa.

Secondo la Flai Cgil, che con l’Osservatorio Placido Rizzotto realizza ogni anno il Rapporto Agromafie e Caporalato, in Italia almeno 200 mila lavoratori subiscono irregolarità nei campi, in gran parte in condizioni di sfruttamento. Contro questo sistema esiste dal 2016 la legge 199, che avrebbe dovuto premiare le imprese in regola, ma su circa un milione di aziende agricole soltanto 11.895 aderiscono alla Rete del lavoro agricolo di qualità, lo strumento previsto per certificare chi rispetta contratti e condizioni. “Serve instaurare dei meccanismi che incentivino le imprese ad aderire alla rete”, sottolinea Chiara Gribaudo, deputata Pd a capo della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno.

Intermediari e contratti - L’intermediazione irregolare è il cuore del fenomeno e si presenta in due forme. Il caporalato nero, fatto di violenza, minacce e controllo sulle condizioni di vita, e quello grigio, che si alimenta della falsificazione delle giornate in contratti apparentemente regolari. Spesso, tramite le cosiddette “cooperative senza terra” che affiancano le imprese meno virtuose, in busta paga viene registrata una decina di giornate a fronte di 50 o più realmente lavorate, abbattendo gli oneri contributivi. Un meccanismo che priva i lavoratori della disoccupazione agricola, ottenibile solo oltre le 102 giornate nel biennio, e ne compromette il permesso di soggiorno. “C’è un’invisibilità formale della truffa delle giornate - spiega Gribaudo, di rientro da sopralluoghi in Calabria, Campania e Basilicata -. L’azienda crea cedolini con al massimo dieci giorni formali e paga il resto in nero. Nella pratica si lavora 11-12 ore al giorno, si parte alle quattro del mattino, e in media si superano i 50 giorni lavorati, ma in busta paga ne risultano dieci”.

La mancanza di controlli - Ad alimentare le irregolarità contribuisce la carenza di controllori. L’Ispettorato nazionale del lavoro conta 2.969 unità, ma la penuria di personale amministrativo ne dirotta molti su compiti d’ufficio, riducendo a poco più di mille quelli a tempo pieno sulla vigilanza. Il risultato, spiega la Flai, è che ogni anno viene controllato meno del 4% delle aziende con manodopera. Un limite che pesa, anche perché il fenomeno segue le stagioni. “Se esistono i flussi stagionali, anche la mobilità degli ispettori andrebbe ripensata in base alle raccolte - osserva Gribaudo -. Non siamo ancora capaci di aggredire il nuovo caporalato”. Perché il caporalato, nel frattempo, si è modernizzato. Non si aspetta più sul ciglio della strada, si riceve un messaggio su WhatsApp quando il furgone è già pronto a caricare per i campi. Da questo reclutamento a distanza prende forma una struttura che gli esperti descrivono ormai nazionale. Per Francesco Mari, segretario della commissione d’inchiesta sulle condizioni di lavoro, sullo sfruttamento e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, “le radici restano nelle politiche di ingresso inadatte, che generano la ricattabilità su cui il sistema prospera”.

La rete di reclutamento - I caporali, per esempio, non si limitano più a selezionare la manodopera, la reclutano nelle bidonville, come a Foggia, o nelle aree destinate di fatto agli alloggi, la trasportano sul luogo di lavoro e guadagnano a ogni passaggio, sul trasporto, sugli alloggi, sugli ingressi. “Non c’è più coincidenza etnica: possiamo avere caporali pakistani che lavorano con afgani e nepalesi - dice Mari -. C’è la capacità di spostare blocchi di lavoratori da una parte all’altra del Paese: se un lavoratore si fa male in Emilia viene tolto da quel contesto e portato altrove”. È questa capacità di investire risorse e movimentare gruppi tra regioni, seguendo i picchi delle raccolte, a “far immaginare - spiega Mari - non più singoli intermediari locali ma una rete nazionale in grado di organizzare gli ingressi dei migranti e di spostarli da un punto all’altro d’Italia a seconda delle necessità”.

Il Pnrr - Resta irrisolto il nodo degli alloggi, con casi accertati di 18 persone in un appartamento. Il Pnrr aveva destinato 200 milioni di euro al recupero di soluzioni abitative dignitose per gli stagionali, ma ad oggi ne risultano stanziati solo 25,9, ripartiti tra sette regioni. “Era un’opportunità straordinaria per regolarizzare molte situazioni anche fuori dai campi - spiega Silvia Guaraldi, segretaria nazionale della Flai Cgil -. Circa 180 milioni verranno rimandati indietro, non si sono minimamente spesi”. Sullo sfondo restano le loro condizioni materiali, giornate intere con la schiena curva sotto il sole per qualcosa che si fatica a definire semplice lavoro. “Non ce la fanno più neanche a essere sfruttati fisicamente: chi riesce a stare otto ore e mezza sotto una serra? - si chiede Mari -. Ci stiamo abituando a cose incivili e inumane”. Un’assuefazione che, avverte, precede e accompagna ogni forma di reclutamento illegale.