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di Andrea Pugiotto

L’Unità, 9 giugno 2026

Le democrazie raramente muoiono per mano dei loro avversari, si consumano dall’interno. E i Parlamenti, quasi sempre, muoiono per suicidio. Le leggi elettorali scritte contro la rappresentanza non aiutano a salvarli. 1. Tecnicamente, la legge elettorale è il meccanismo che trasforma i voti in seggi. Costituzionalmente, è molto di più: è la democrazia che si organizza. Da essa dipendono la composizione delle Camere, la consistenza delle maggioranze parlamentari, la formazione del Governo, la qualità della rappresentanza politica. Nessun’altra legge ordinaria incide con uguale intensità sulla forma di governo e, prima ancora, sul rapporto tra cittadini e istituzioni. Non sorprende, allora, che la legislazione elettorale abbia progressivamente acquisito uno speciale statuto costituzionale. È vero che la Costituzione non impone uno specifico sistema di voto, affidandone la scelta alla discrezionalità del legislatore. Ma discrezionalità non significa arbitrio.

2. La giurisprudenza costituzionale ha individuato alcuni punti fermi. Anzitutto, la legge elettorale è primariamente destinata ad assicurare la rappresentatività del Parlamento. La governabilità è un obiettivo costituzionalmente legittimo, ma non autosufficiente: non può, dunque, divorare la rappresentanza. In secondo luogo, l’eguaglianza del voto non impone una perfetta corrispondenza tra voti e seggi. Esige però che le eventuali distorsioni siano ragionevoli, proporzionate e non arbitrarie. Infine, il rapporto tra elettore ed eletto non può essere interamente assorbito dalle segreterie di partito. Le Camere non possono diventare assemblee di nominati. Il voto di preferenza non è costituzionalizzato, ma l’elettore deve conservare un’effettiva capacità di incidere sulla selezione dei propri rappresentanti.

3. Alla luce di queste invarianti, la proposta oggi all’esame del Parlamento si espone a più di una censura. Il premio di governabilità altera oltremisura il rapporto tra voti e seggi. L’elezione automatica dei candidati nelle liste destinate al premio accentua il peso dei vertici di partito. Il meccanismo che collega l’attribuzione del premio al superamento di una medesima soglia in entrambe le Camere contraddice la loro autonomia costituzionale. I voti espressi in Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige non concorrono alle cifre elettorali nazionali utili per soglie e premio, violando l’eguaglianza del voto. Le liste bloccate confermano la diffidenza verso ogni forma di selezione degli eletti da parte degli elettori. L’indicazione obbligatoria del candidato premier urta con le prerogative del Capo dello Stato. Su questi aspetti molto si discute. Di mio, vorrei aggiungere alcune considerazioni meno frequentate nel dibattito in corso.

4. In Italia le leggi elettorali sembrano ormai avere una durata inferiore a quella dei Parlamenti chiamati ad applicarle. Nei primi quarantacinque anni di vita repubblicana, la regola proporzionale non è mai stata realmente messa in discussione. Per superarne il dogma fu necessario l’intervento di un fattore extraparlamentare: il referendum elettorale del 18 aprile 1993. Da allora, lo scenario si è rovesciato. Mattarellum, Porcellum, Italicum, Rosatellum e ora Stabilicum: una sequenza impressionante di riforme, quasi sempre approvate dalla maggioranza del momento e quasi sempre a ridosso dell’appuntamento elettorale. Da vettore di innovazione, la riforma elettorale si è così trasformata in strumento di conservazione: serve a preservare la maggioranza uscente o a ostacolare quella entrante. Un’alchimia che si rinnova nell’interesse di parte, non dell’ordinamento. Di più. Questa riforma sembra nascere da un postulato: l’inevitabilità di un futuro pareggio elettorale. Tutta la costruzione del premio di governabilità mira a scongiurarlo. Ma è una premessa fondata sui sondaggi di oggi, non sui voti di domani. Come se le preferenze degli elettori fossero ormai cristallizzate. Come se non esistessero più campagne elettorali. Come se la politica avesse rinunciato a modificare gli orientamenti dell’opinione pubblica. Come se il Parlamento fosse incapace, in assenza di un risultato maggioritario, di svolgere la funzione che la Costituzione gli assegna: costruire maggioranze politiche. C’è un tratto di sfiducia che percorre l’intero impianto della riforma. Sfiducia verso gli elettori, verso i partiti e, in definitiva, verso il Parlamento stesso. Nel contempo, si sovrastimano le virtù taumaturgiche di regole elettorali che i partiti - come in passato - sono sempre in grado di aggirare, distorcendone gli effetti desiderati.

5. C’è poi l’elefante nella stanza che tutti fingono di non vedere: il non voto. Le ultime elezioni politiche hanno registrato l’astensionismo più alto della storia repubblicana. Più di un elettore su tre non si è recato alle urne. Con le schede bianche e nulle, ci si avvicina al 40%. Ebbene, premi di maggioranza, candidati nominati e compressione della rappresentanza assumono un significato molto diverso se applicati a un corpo elettorale sempre più ridotto. Una forza politica che ottenesse il 42% dei voti validi potrebbe rappresentare una quota assai inferiore degli aventi diritto. Se a ciò si aggiunge un premio in seggi, la forbice tra consenso effettivo e forza parlamentare si allarga ulteriormente. Non è in gioco soltanto la legittimazione politica delle nuove Camere. È in gioco l’idea stessa di rappresentanza. Se ciò che rileva, nel misurare la costituzionalità della regola elettorale, è “il grado di distorsione in concreto prodotto” (sentt. n. 15 e 16/2008), come si può escludere il non voto tra i fattori che amplificano tale distorsione?

6. L’ultima considerazione è la più allarmante. Attiene all’assenza di efficaci rimedi a norme elettorali incostituzionali. Il rinvio della legge alle Camere da parte del Presidente della Repubblica è una soluzione che incontra un ostacolo istituzionale. Trasferisce sul Quirinale una responsabilità interamente politica, esponendo il Capo dello Stato a critiche inevitabili, quale che sia la sua decisione: promulgazione o rinvio. Poco male, si dirà: entrata in vigore la legge elettorale, sarà la Consulta a rimediare alla sua incostituzionalità. Qui si annida un secondo equivoco, perché la giustizia costituzionale in materia elettorale opera entro limiti molto stringenti. Se la Corte interviene dopo le elezioni, il risultato elettorale resta intatto. È accaduto con il Porcellum (sent. n. 1/2014). La legge è stata dichiarata incostituzionale, ma il Parlamento eletto sulla sua base ha continuato legittimamente a esercitare le proprie funzioni. Se la Corte interviene prima delle elezioni, incontra un vincolo diverso. Non può eliminare integralmente la legge elettorale, perché le Camere devono poter essere rinnovate in ogni momento. Dovrà quindi manipolare la disciplina esistente, conservandone una parte idonea a renderla immediatamente applicabile. È accaduto con l’Italicum (sent. n. 35/2017). In ogni caso, il controllo di costituzionalità rischia di essere insufficiente. Se arriva dopo le elezioni, arriva troppo tardi. Se arriva prima, è incatenato al materiale normativo della legge sindacata.

7. Il problema, allora, non può essere scaricato sul Quirinale o sulla Consulta. La sede nella quale contrastare una cattiva legge elettorale resta il Parlamento. È lì che dovrebbe svilupparsi una battaglia politica e culturale contro una riforma costruita sulla sfiducia verso la rappresentanza parlamentare e in nome di una governabilità über alles. Trasformare i parlamentari in soldatini di piombo nelle mani dei capi di partito. Ridurre a nulla il potere di scelta degli elettori. Accentuare la distanza tra rappresentanti e rappresentati mentre cresce l’astensionismo. Eludere la conta dell’autentico consenso dei singoli partiti. Tutto questo non rafforza il Parlamento. Semmai, ne accelera il declino. Esiste una lezione che la storia insegna con chiarezza e che spero - per noi e per loro - sia nota a deputati e senatori. Le democrazie raramente muoiono per mano dei loro avversari. Più spesso si consumano dall’interno. E i Parlamenti, quasi sempre, muoiono per suicidio. Le leggi elettorali scritte contro la rappresentanza difficilmente aiutano a salvarli.