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di Goffredo Buccini

Corriere della Sera, 22 luglio 2023

Per ritrovare funzioni e prestigio, leader e partiti dovrebbero applicare l’articolo 54 della Costituzione, che richiede “disciplina e onore” a chi svolge funzioni pubbliche. Nei primi anni Cinquanta, in una cena al Quirinale con la redazione del Mondo di Pannunzio, Luigi Einaudi chiese tra lo stupore generale chi dei commensali volesse dividere con lui una pera troppo grande, per non sprecare nulla: l’episodio venne narrato più avanti, nel suo “Taccuino notturno” sul Corriere , da Ennio Flaiano, cui era toccata la metà del frutto presidenziale. Sessant’anni dopo, una filiera di inchieste della magistratura è stata battezzata dalla stampa col brutto neologismo di Rimborsopoli, poiché verteva sui rimborsi di spesa per l’attività politica che circa trecento consiglieri regionali, dal Piemonte alla Calabria, usavano quale personalissimo argent de poche ; in prevalenza, si trattava di vicende poco più che bagatellari dal punto di vista penale ma assai significative in termini reputazionali: gli eletti dal popolo in quegli organismi, le Regioni, che Meuccio Ruini vedeva come “un ingrandimento della persona umana”, pagavano coi soldi del contribuente regali per amici e amanti, mutande verdi, manuali erotici, videogiochi per i figlie, chi ne ha più ne metta, perfino un campanaccio per le vacche. Vent’anni dopo Mani pulite, insomma, il balzo nazionale verso il relativismo morale era bell’e compiuto.

Le cronache dell’ultimo decennio non hanno fatto che confermare questa semplice constatazione, il prolasso dell’etica pubblica è moneta corrente: esso s’accompagna, per contrappasso paradossale, all’esondazione sempre più vistosa della magistratura. Alla politicizzazione delle toghe corrisponde, come osserva Sabino Cassese, la torsione giudiziaria della politica, talché a ogni progetto di cambiamento in materia di giustizia viene imposto da anni il severo scrutinio delle correnti organizzate dentro l’Anm: un esame che alla fine si traduce quasi sempre in un veto cui i politici si adeguano.

Saremmo, adesso, di nuovo al punto cruciale. Il Ddl contenente la prima, e molto parziale, riforma proposta dal guardasigilli Carlo Nordio su temi come l’abuso d’ufficio o il traffico di influenze (per ora, si badi, assai lontani dal cuore del problema, ovvero le carriere dei magistrati e l’obbligatorietà dell’azione penale che richiederebbero un complesso percorso di revisione costituzionale) è stato inviato alle Camere dopo l’autorizzazione di Mattarella. L’iter sarà accidentato, opposizione parlamentare e opposizione togata scaldano i muscoli. Ma, tra una rissa estiva e l’altra, la politica dovrebbe meditare su una riforma a costo zero, bipartisan, propedeutica a tutte le altre. Una riforma che non sta nei codici ma nei comportamenti: il recupero della propria credibilità. Guardando alla guerriglia dei trent’anni che ha paralizzato il Paese, Nordio ha osservato giustamente come sia “erroneo confondere il cosiddetto passo avanti fatto dalla magistratura con il passo indietro fatto invece dalla politica”, la cui “abdicazione miserevole” ha creato un vuoto poi occupato dalle toghe.

C’è però una strada sola per leader e partiti in fondo alla quale recuperare funzioni e prestigio. Tale strada passa per un precetto che non va inventato, perché è già sotto i nostri occhi dal 1° gennaio del 1948, e dunque va soltanto applicato: è l’articolo 54 della Costituzione il quale, nel suo secondo comma, richiede “disciplina e onore” a chi sia chiamato a svolgere funzioni pubbliche. Nulla di più lontano da scenari di Stato etico o autoritario. E, tuttavia, un invito esplicito che possiamo intendere esteso a una gamma di soggetti molto ampia, non circoscrivibile solo a chi “sia investito di diretta responsabilità politica perché esercita funzioni di governo o è membro di assemblee rappresentative”, osservava Stefano Rodotà anni or sono. Diciamo che la Costituzione ci invita a tornare allo spirito di Einaudi e alla sua frutta condivisa.

Il problema è che le opposte fazioni di giustizialisti forcaioli e garantisti pelosi sono ormai così irrigidite da esporre chiunque citi l’articolo 54 ad accuse di moralismo e giacobinismo: come se non esistesse la via del buonsenso; come se fosse normale, al netto di risvolti penali tutti da dimostrare, avere un ministro in palese conflitto di interessi con aspetti non chiariti della propria professione; o un sottosegretario che sveli con leggerezza al room-mate delicati dettagli appresi nell’esercizio del suo ufficio da usare come clava contro gli avversari politici. Non tutto può stare nella sfera giudiziaria, l’intervento della magistratura dovrebbe essere l’ultima ratio. Ma la polemica determina un cortocircuito nocivo, poiché toglie forza alle ottime ragioni della riforma e a un vento del cambiamento che potrebbe spingersi persino più in là. Di recente Angelo Piraino, segretario di Magistratura Indipendente (la corrente moderata dell’Anm), ha lanciato un grosso sasso nello stagno: chiedendosi se in un “dialogo costruttivo” tra politici e toghe non sia il caso di riflettere “sull’efficacia di soluzioni passate, come quella dell’immunità parlamentare che per quarant’anni ha risolto il problema”. L’istituto, alto e nobile nelle motivazioni previste dall’articolo 68 della Costituzione, fu mutilato nel 1993 sotto la spinta perversa di due fattori: l’abuso che ne avevano fatto negli anni i politici, proteggendo con esso fior di mascalzoni, e la spinta massimalista della piazza di Tangentopoli, che terrorizzava deputati e senatori. Se l’effetto di quella cattiva riforma è stato consegnare il destino politico dei parlamentari ai pubblici ministeri (e non sempre per ragioni inattaccabili), una controriforma andrebbe valutata seriamente. Ma al tavolo potrebbe sedersi solo una politica dotata di disciplina e onore, articolo 54 alla mano: dalla reputazione irreprensibile. Sicché, alla fine, si torna sempre a quella mezza pera che, come Einaudi ben sapeva, pagavamo noi cittadini.