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di Giorgio Brizio

La Stampa, 6 aprile 2023

Il documento delle Nazioni Unite chiede alla Corte internazionale di giustizia di emettere un parere consultivo sugli obblighi degli Stati in materia di cambiamento climatico e di proporre conseguenze legali. Nei movimenti per il clima ci si chiede di continuo quali possano essere gli approcci e le strategie più efficaci per creare consapevolezza sulle tematiche ambientali e generare cambiamento: le proteste di piazza di Fridays For Future, la disobbedienza civile non violenta di Extinction Rebellion, i flash mob di Legambiente, le azioni dirette di Greenpeace o quelle performative di Ultima Generazione.

Di recente, nella speranza di smuovere i governi dall’inazione, se n’è aggiunta una nuova: cittadini e associazioni hanno iniziato a percorrere vie legali, facendo causa alle istituzioni. Dopo le vittorie nei processi in Olanda, Francia e Germania, che è stata costretta a rivedere l’intera legge sul clima in seguito a una sentenza della Corte costituzionale federale, ora si attendono gli esiti della causa “Giudizio Universale” in Italia, intentata da 203 ricorrenti, e di quelle alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

È in questo contesto, a 10 giorni esatti dalla pubblicazione dell’ultimo report Ipcc del decennio, che si inserisce in modo dirompente una storica risoluzione sulla giustizia climatica adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. È partito tutto dall’iniziativa di un’assemblea studentesca della facoltà di giurisprudenza dell’Università delle Fiji, che Vanuatu ha deciso di presentare all’Assemblea Generale e accompagnare in un lavoro diplomatico lungo e certosino che ha portato al consolidarsi di una maggioranza di cento paesi a sostegno della proposta già prima dell’inizio dei lavori ufficiali di fine marzo a New York.

In sostanza, la risoluzione Onu chiede al suo organo giudiziario più elevato di stabilire gli obblighi delle nazioni nelle politiche di contrasto alla crisi climatica e le conseguenze legali che devono affrontare se non le adottano. Secondo Ishmael Kalsakau, Primo Ministro di Vanuatu, “è l’inizio di una nuova era nella cooperazione multilaterale sul clima, un’era che si concentra maggiormente sul rispetto del diritto internazionale e che pone i diritti umani e l’equità intergenerazionale in prima linea nel processo decisionale sul clima”.

Il parere della Corte di Giustizia internazionale dell’Aia non sarà vincolante, ma potrebbe spingere i governi a prendere decisioni più audaci e rendere i tribunali sempre più un terreno di battaglia nel caso in cui questo non dovesse avvenire.

Nonostante la loro risicata superficie e popolazione, gli Stati insulari del Pacifico in prima linea di fronte alle conseguenze dell’emergenza climatica dimostrano ancora una volta di voler e poter essere protagonisti dei processi di cooperazione multilaterale: nel 2021 il Ministro degli Esteri di Tuvalu aveva scosso la plenaria della Cop26 di Glasgow, intervenendo a distanza con l’acqua del mare fino alle ginocchia, e quello del suo rispettivo di Vanuatu era stato decisivo nel processo che ha portato il tema del Loss & Damage fino al documento finale della Cop27 di Sharm el-Sheikh. Sempre questi due Paesi hanno lanciato un trattato di non proliferazione dei combustibili fossili, che ha ottenuto l’appoggio dell’Oms, del Parlamento Europeo, del Vaticano e di due città italiane: Pontassieve e Torino. Da Vanuatu fino all’Italia, aumentano il livello del mare e la pressione della comunità internazionale per reagire.