di Giorgia Serughetti*
Il Domani, 23 luglio 2026
La sicurezza è di destra o di sinistra? Mentre la destra di governo cavalca la cronaca per avanzare la sua agenda law and order, tra propaganda sulla “difesa sempre legittima” e scudo penale per le forze dell’ordine, sul banco degli imputati finisce, piuttosto paradossalmente, “la sinistra”, ovvero l’opposizione. Quel centrosinistra che non solo - è l’accusa di Giorgia Meloni al sindaco di Bologna, Matteo Lepore - aizza la piazza contro le forze dell’ordine, ma - commentano in tanti - appare troppo “timida” quando si tratta di sicurezza. Su questo terreno, si dice, servirebbe invece un impegno trasversale.
“La sicurezza non è né di destra né di sinistra: è un diritto dei cittadini”, ha rimarcato il ministro Matteo Piantedosi in un’intervista al Messaggero. In politica non esistono materie né di destra né di sinistra. Di certo, non quelle che riguardano la prevenzione e repressione dei reati e gli usi legittimi della forza pubblica. La sicurezza come un “diritto dei cittadini” può apparire come un principio largamente condiviso: ma cosa si intende per sicurezza? Per quali cittadini? E quali sono i mezzi appropriati per garantire questo diritto? Senza controllo del territorio non può esistere sicurezza Quale sicurezza? La parola sicurezza, andrebbe ricordato, non è sempre stata sinonimo di immunità personale, difesa dai rischi legati alla microcriminalità o al disagio. Per tutti i decenni del Dopoguerra, l’attenzione, soprattutto a sinistra, è stata per la sicurezza declinata in chiave sociale.
E riappropriarsi della parola in questo significato non vuol dire eludere l’insieme di conseguenze negative che fenomeni come povertà e marginalità urbana possono generare, specialmente nei quartieri più svantaggiati e a danno delle persone più vulnerabili. Vuol dire sforzarsi di produrre una diversa lettura di questi fenomeni, e delle risposte necessarie. In una visione di sinistra, la società non è formata da individui isolati, proprietari, con interessi da difendere, chiamati ad aderire a un ordine che ne garantisca l’incolumità e insieme a farsene responsabilmente carico, con ogni accortezza necessaria. La società è piuttosto rappresentata come più grande degli individui, nonché articolata in aggregati sociali o classi - per quanto sempre più frammentate e ibride - definite da rapporti salariali e di lavoro, proprietà e ricchezza.
In questa prospettiva, chiedersi chi sono i destinatari delle attuali politiche di sicurezza significa metterne in questione la presunta universalità, chiedersi chi ne beneficia e chi ne paga il costo. La sicurezza intesa come difesa autoritaria dell’ordine e criminalizzazione del disagio sociale prende di mira, ormai da decenni, fenomeni riconducibili essenzialmente a condizioni di povertà: si pensi alle sex worker di strada colpite dalle ordinanze urbane, alle persone senzatetto o mendicanti, a migranti o richiedenti asilo costretti a vite marginali in assenza di diritti e assistenza sociale, alle persone affette da dipendenze o problemi di salute mentale che non accedono alle cure necessarie, come Abderrahim Fakir.
La sicurezza declinata come guerra ai poveri è una sicurezza di classe, oltre che razzista, che risponde alle ansie dei ceti medi e benestanti incarcerando o consegnando all’abbandono gli strati più vulnerabili. Mentre ignora, quando non arriva a scudare, i reati finanziari e societari. Declinare la sicurezza da sinistra implica, al contrario, preoccuparsi della sicurezza degli insicuri. Questo significa, nella repressione dei reati, controllo democratico sull’operato delle forze di polizia, nel rispetto dello Stato di diritto e quindi dell’uguaglianza di fronte alla legge.
Nella prevenzione, significa attenzione vera ai bisogni sociali: alla precarietà abitativa, al degrado degli spazi pubblici, alla povertà, alla carenza di servizi territoriali, all’assenza di cure di prossimità. Non è retorica declinare la sicurezza come sicurezza dei diritti. È l’indicazione di un impegno ineludibile, senza il quale qualsiasi programma che vada sotto questo nome finisce per generare solo nuova ingiustizia e nuove cause di insicurezza. A tutto beneficio della destra. Franco Gabrielli: “La “macelleria” del G8 di Genova resta un monito. Ma la sinistra deve imparare a dialogare con la polizia”.
*Filosofa










