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di Mauro Magatti

Corriere della Sera, 5 settembre 2022

Per affrontare la crisi dobbiamo partecipare attivamente alla realizzazione del valore condiviso che permette di rispondere prima e più in fretta alla sfida.

Nel piano di risparmio energetico presentato dal ministro Cingolani si prevede la riduzione del riscaldamento di 2 ore al giorno e l’accorciamento di due settimane del periodo di accensione dei caloriferi. L’obiettivo è quello di risparmiare il 3% dei consumi energetici annuali. Una strada che molti pensano debba essere percorsa con ancora più decisione. Secondo l’Enea, con altri accorgimenti si potrebbe arrivare a un risparmio di 7 miliardi di metri cubi, un decimo del fabbisogno nazionale. Dunque, per gestire una situazione che rischia di causare gravi danni a imprese e famiglie, oltre ai necessari interventi dei governi, si richiedono comportamenti virtuosi per limitare i consumi energetici. Ma la domanda è: possiamo contarci?

Lo avevamo già visto col Covid: esiste una stretta relazione tra la regolazione statale e la responsabilità individuale. Una relazione che nell’emergenza sanitaria (uso corretto della mascherina, osservanza della quarantena, rispetto del metro di distanza, adesione alla campagna vaccinale etc.) ha suscitato fortissime polemiche, sfociate poi nelle tensioni registrate con i no vax.

Oggi di fronte al caro energia si ripete lo stesso copione: il programma del ministro sarà applicato ? Chi ne controllerà l’esecuzione? Quale sarà la partecipazione popolare? Il punto è tutt’altro che banale. Per gestire la complessità dei problemi della supersocietà, il cittadino - inteso come persona libera, intelligente e responsabile - è chiamato a dare il proprio contributo per affrontare questioni che nessuno - né lo Stato né il mercato - da solo è in grado di risolvere.

Il problema è che questo passaggio è tutt’altro che automatico: nel corso del tempo l’idea che il cittadino possa essere chiamato a metterci del suo per risolvere i problemi collettivi si è persa per strada. Ridotto a consumatore, portatore di istanze sui diritti individuali e di bisogni di assistenza statale, il cittadino contemporaneo è per lo più un richiedente. E certo non si pensa come qualcuno a cui spetta una parte delle cose da fare.

Nel raggiungere i necessari obiettivi di risparmio energetico, occorre non sottovalutare il cambio di indirizzo culturale che ciò richiede. Per andare in questa direzione - comunque difficile - occorrono almeno tre condizioni.

La prima riguarda il piano della comunicazione. È necessario fornire indicazioni chiare e coerenti su quello che è utile fare per raggiungere gli obiettivi comuni. Nel breve e nel lungo termine. Nei giorni della pandemia non sempre questo è successo, e spesso sconcerto e confusione hanno prevalso. Sarebbe auspicabile evitare lo stesso errore nelle settimane che ci aspettano. È infatti molto importante chiarire bene quali sono le pratiche che possono realmente permettere di risparmiare energia e fare in modo che l’informazione arrivi a tutti. E al tempo stesso quali sono gli investimenti più opportuni per ridurre i consumi energetici e per favorire la diffusione delle comunità energetiche. La potenza degli strumenti di comunicazione di cui disponiamo dovrebbe rendere raggiungibile un tale obiettivo.

La seconda condizione è di ordine politico. Il contributo individuale ha senso - e dunque si rafforza - se si colloca nel quadro di uno sforzo collettivo che viene verificato e misurato. Non basta indicare gli obiettivi da raggiungere insieme, occorre anche verificare che siano effettivamente perseguiti. Inoltre, prima di moltiplicare gli obblighi - strada che espone a tutta una serie di problemi - vale la pena pensare di introdurre delle premialità per chi aderisce alla campagna del risparmio energetico. Da questo punto di vista vanno benissimo i sussidi e gli aiuti ai più deboli. Ma a condizione che non si alimenti l’idea che alla fine il problema si risolva semplicemente scaricando i costi sulle spalle dello Stato.

Infine, il contributo di ciascuno va iscritto in una cornice di giustizia. A muoversi nella direzione auspicata devono essere dunque prima di tutto le istituzioni pubbliche (la scuola, le amministrazioni statali e locali, etc), coloro che hanno responsabilità politiche o amministrative, i grandi soggetti economici. Come diceva don Milani, “non è giusto dividere in parti uguali tra disuguali”. Non va certo in questa direzione il fatto che la tassazione sugli extra profitti sia stata fino ad oggi così inefficace. Difficile che si accetti di fare sacrifici quando si vede che i più forti si rifiutano di fare la loro parte.

Il difficile è dunque affrontare l’emergenza energetica in una prospettiva non solo “emergenziale”. Spesso ci si chiede quali possano essere i nuovi soggetti sociali in grado di sostenere le tante transizioni che il nostro tempo richiede. La figura del “cittadino contributore” è un pezzo della risposta: noi non siamo solo “contribuenti” quando paghiamo le tasse, ma siamo anche “contributori” quando partecipiamo attivamente alla realizzazione di quel valore condiviso (una volta di chiamava bene comune) che permette di rispondere prima e più in fretta alle sfide delle emergenze che ci troviamo a dover affrontare. Un contributo che va riconosciuto e valorizzato.

La complessità dei problemi che abbiamo davanti esige la revisione della relazione individuo-collettività: prezzi di mercato e obblighi di legge - strumenti comunque indispensabili - sono insufficienti per risolvere le questioni della supersocietà. Siamo all’inizio di una nuova stagione di sperimentazione collettiva: dopo quella sanitaria, usiamo quella energetica per far emergere la figura del “cittadino contributore”, via per trasformare le difficoltà in occasione di innovazione e sviluppo.