di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 dicembre 2023
È privo di forze, ridotto a deambulare in carrozzina e soprattutto lo avrebbero costretto ad assumere ansiolitici. Parliamo di Leonardo Cisaria, fino al 20 novembre recluso presso la casa circondariale di Brindisi. Ora detenuto presso la casa circondariale di Lucera. Sandra Berardi, la presidente dell’Associazione Yairaiha, ha rivolto un accorato appello alle massime istituzioni, tra cui il ministro della Giustizia Carlo Nordio, il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Giovanni Russo, e la direttrice della Casa circondariale di Lucera Patrizia Andrianello, in seguito alle gravi condizioni di salute denunciate dal detenuto Leonardo Cisaria.
L’allarme è stato lanciato dalla moglie del recluso, che ha trasmesso la preoccupante lettera del marito, affetto da patologie alimentari, molteplici intolleranze alimentari ed ha subito un intervento chirurgico per il trattamento dell’obesità in grado di ridurre il volume dello stomaco. La documentazione medica fornita al personale medico dell’istituto sembra essere stata ignorata, suscitando serie preoccupazioni in merito al diritto fondamentale alla salute di ogni individuo, anche per chi è privato della libertà personale.
La lettera di Cisaria, dettagliatamente raccontata dalla sua consorte, denuncia un notevole ritardo nel garantire il necessario regime alimentare e l’assurda somministrazione di ansiolitici senza reale necessità. L’Associazione Yairaiha ribadisce l’importanza di rispettare il diritto alla salute di ogni individuo, inclusi coloro che sono detenuti, come sancito dalla nostra Costituzione.
Leonardo Cisaria, 35 anni, attualmente recluso per reati commessi nel 2018, evidenzia nei dettagli la sua situazione critica. Già dalla sua prima detenzione nel carcere di Brindisi, Cisaria ha segnalato il suo problema alimentare alle autorità carcerarie, fornendo regolare documentazione medica. Tuttavia, anziché ricevere adeguate cure, è stato relegato in isolamento. Dopo una settimana in regime di isolamento, a seguito del digiuno forzato e dei consigli medici di sforzare lo stomaco, il detenuto ha avuto una grave crisi, perdendo sangue e dichiarato in pericolo di vita imminente. Un uomo che prima della detenzione lavorava vigorosamente per circa 12 ore al giorno si è ritrovato senza forze, costretto a deambulare in carrozzina.
Nonostante la visita di un nutrizionista che ha certificato le intolleranze alimentari di Cisaria, a detta del recluso, ancora non riceve un’adeguata alimentazione alle sue necessità. Al contrario, il detenuto viene somministrato contro la sua volontà con ansiolitici, al solo scopo di calmarlo. L’appello di Cisaria, detenuto fino al 20 novembre presso la Casa Circondariale di Brindisi e ora trasferito a Lucera, è un grido d’aiuto affinché la sua situazione giunga all’attenzione delle istituzioni competenti. Chiede che la sua voce e quella di tutti i detenuti raggiungano chi di dovere, affinché venga garantito loro un supporto alimentare adeguato in carcere.
L’Associazione Yairaiha chiede un intervento tempestivo da parte delle autorità competenti, sottolineando l’importanza di trattare ogni detenuto con dignità e rispetto per i diritti umani fondamentali. In attesa di un riscontro e di azioni concrete, l’Associazione Yairaiha sottolinea di rimanere vigile, pronta a tutelare il diritto alla salute di chiunque, indipendentemente dal contesto detentivo.
I dati nell’inchiesta di “Altreconomia”
L’abuso degli psicofarmaci, come il caso denunciato in questa pagina, è oggetto di un’inchiesta da parte di Luca Rondi per conto di “Altreconomia”, presentata il mese scorso alla Camera. L’impiego diffuso di psicofarmaci all’interno delle carceri italiane ha destato preoccupazione tra gli esperti e gli attivisti per i diritti umani. Michele Miravalle, coordinatore dell’osservatorio sul carcere di Antigone, riflette sulla crescente somministrazione di farmaci nei penitenziari, sottolineando che le carceri sembrano seguire la linea del “fuori tempo massimo” delle gare ciclistiche per chi è considerato troppo lento. Questa pratica, secondo Miravalle, risponde a un eccesso di umanità rinchiusa e a un diffuso disagio, affrontato con una soluzione farmacologica spesso eccessiva. L ‘ inchiesta di “Altreconomia” ha rivelato dati inediti sulla spesa di due milioni di euro in psicofarmaci nelle carceri nel 2022, il 60% in antipsicotici. L’inchiesta sottolinea che la medicalizzazione eccessiva è evidente nei dati relativi a farmaci come Paliperidone, Apipipraziolo, Trazodone, Olanzapina e Quietapina, somministrati in 15 carceri italiane tra il 2018 e il 2022. Questi farmaci, principalmente antipsicotici, vengono utilizzati per ridurre sintomi come deliri e allucinazioni, ma la spesa elevata solleva dubbi sulla corretta gestione delle problematiche psichiatriche dei detenuti. L’analisi rivela un aumento significativo della spesa per gli antipsicotici, con San Vittore in testa, con un incremento del 180% dal 2018 al 2022. Tale tendenza si riscontra anche in altre strutture, sollevando domande sull’adeguatezza della somministrazione di questi farmaci e con un obiettivo di controllo invece che di cura.
Le differenze territoriali nell’utilizzo di psicofarmaci sevidenziano che le case di reclusione sono più inclini a una spesa maggiore rispetto alle carceri ‘ riservate’ ai detenuti con pene definitive. L’inchiesta si estende alle strutture destinate ai detenuti minorenni, rivelando un aumento significativo nella spesa per psicofarmaci, in particolare per gli antipsicotici. Gli esperti intervistati, tra cui Fabrizio Starace, direttore del Dipartimento di salute mentale dell’Ausl di Modena, evidenziano la necessità di un approccio terapeutico globale.
Il confronto tra le spese per antipsicotici nelle carceri e nella popolazione generale rivela una disparità significativa, sollevando dubbi sulla distribuzione delle risorse e sulla consapevolezza delle problematiche legate alla salute mentale nelle carceri. La chiusura degli Opg e la creazione di Rems e Atsm sembra non aver affrontato adeguatamente le esigenze dei detenuti con disturbi psichici. L’inchiesta ha evidenziato la necessità di una riflessione approfondita sulle pratiche di somministrazione di psicofarmaci nelle nostre carceri. L’eccessiva medicalizzazione potrebbe nascondere carenze strutturali e nell’approccio terapeutico al disagio psichico. È urgente adottare politiche che garantiscano un trattamento equo e umano per i detenuti, considerando le implicazioni a lungo termine sulla salute mentale e sulla reintegrazione.










